"Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente." (K. Marx)

Lotta Continua concluse i suoi 7 anni di esperienza politica, come organizzazione della sinistra rivoluzionaria italiana, nell’autunno del 1976, in seguito al Congresso di Rimini. Una fine che si è prodotta fra lacerazioni dentro il suo corpo militante i cui echi si avvertono ancora oggi.

Perché richiamare a tanti anni di distanza, nell’odierno contesto sociale, politico e culturale così diverso da quello degli anni ’70, l’esperienza di Lotta Continua?

Lotta Continua è stato un soggetto politico che si è attivato per rispondere ai nuovi bisogni e alle nuove domande politiche che le lotte del secondo “biennio rosso” (68-69) hanno posto a tutti i soggetti politici del tempo. Le risposte di Lotta Continua sono state, per diversi aspetti, originali e sicuramente di parte, collocandosi indiscutibilmente dalla parte dei bisogni del proletariato del suo tempo. La sua pratica politica non è diventata una “tradizione”. Di quell’esperienza politica e umana si sono sedimentate memorie discordanti, suggestioni, immaginari, piccole mitologie, ricostruzioni dei nostri avversari, spesso poco rispondenti e a volte anche lontane dalla sua realtà.

Lotta Continua non è stata una filiazione delle organizzazioni storiche del movimento operaio. A differenza di molti collettivi e organizzazioni che sono proliferate in quegli anni, si è formata essenzialmente dentro i movimenti collettivi della fine degli anni 60. Ha trovato la sua ragione di esistenza nel voler stare all’interno dei conflitti, assumendo e facendosi carico anche delle contraddizioni di quel fiume impetuoso che sono stati gli ultimi grandi movimenti collettivi del Novecento. La sua “ragione sociale” è stata quella di voler essere “la testa dei movimenti”, ma non di “mettersi alla testa dei movimenti”. I quadri più coscienti che diedero vita all’Organizzazione si sono formati nell’esperienza del Potere Operaio Toscano, nella Comune di Palazzo Campana a Torino (inverno 67-68), nelle lotte universitarie di Trento, Pavia, Pisa, della Cattolica di Milano. Una collettività di giovani militanti che si è poi confrontato direttamente con i conflitti operai delle fabbriche del Nord e in particolare con quelli del 69 della Fiat di Torino.

Quali apporti diedero i compagni di Lotta Continua? Col tempo avremo modo di ritornare su alcuni aspetti della pratica politica dell’Organizzazione. Qui ci limitiamo a esporre, in modo molto sintetico e frammentario, alcune centralità della sua esperienza.

I movimenti di massa nelle Università, nelle grandi fabbriche, nelle aree urbane, nelle istituzioni totali, i contenuti delle loro rivendicazioni, indirizzano Lotta Continua verso la necessità di superare l’esperienza dell’ortodossia marxista. In primo luogo viene operato una specie di rovesciamento nel rapporto gerarchico fra movimenti e organizzazione politica. Il polo strategico viene collocato e ricercato nell’autonomia dei movimenti, in quel “movimento reale” che deve però finalizzarsi all’abolizione “dello stato di cose presenti”. All’organizzazione, comunque indispensabile, competono le funzioni tattiche necessarie per poter sovvertire il sistema. L’organizzazione si forma dentro un processo di sviluppo della coscienza da parte dei movimenti proletari, non attraverso un semplice richiamo a principi generali e ad un sistema ideologico. La direzione rivoluzionaria è legittimata dal rapporto con le lotte di massa, dal suo essere espressione generale dei bisogni rivoluzionari.

Con un diretto richiamo a Marx, per Lotta Continua la trasformazione deve essere opera del proletariato (“si tratta di capire che non si prende il potere per conto del proletariato e dell’umanità, ma che è il proletariato a prendere il potere”). Il suo intervento politico si rivolge quindi a tutti i segmenti del proletariato del suo tempo, pur riconoscendo sempre la centralità della componente operaia. Questa visione orienta Lotta Continua a organizzare lotte sui bisogni di tutti i settori proletari, nelle fabbriche e nella società, orientandole contro il comune nemico. Con questa impostazione complessiva del conflitto sociale l’Organizzazione sviluppa la linea politica della “lotta generale” contro il dominio del Capitale nella produzione e in tutti i luoghi della riproduzione dei rapporti sociali dominanti.

Il passaggio cruciale, il primo, per la presa di coscienza della propria collocazione sociale e per l’individuazione del proprio nemico è la partecipazione attiva ai conflitti di attacco a “padroni e Stato”. “Gli operai, gli studenti, i tecnici, i contadini arrivano a formarsi una coscienza rivoluzionaria generale a partire dall’esperienza di lotta che conducono all’interno della loro condizione di classe, dalla capacità di essere l’avanguardia di questa lotta … se perdono questa capacità possono imparare tante cose, ma restano come sospesi nel vuoto”. Nella visione di Lotta Continua la trasformazione dei soggetti, il loro arricchimento personale, non viene rimandato a un lontano e imprecisato futuro: la partecipazione attiva a tutte le forme di lotta collettiva, la loro organizzazione, operano fin da subito la trasformazione delle soggettività. “L’uomo nuovo non nascerà quando la vittoria sulla struttura capitalista ne avrà creato le condizioni: nasce oggi, nella lotta contro il capitalismo”.

Oggi, nelle mutate condizioni produttive, riproduttive e culturali, in assenza di movimenti dotati di una loro autonomia e di una carica antisistemica, si pongono problemi nuovi, di non facile e immediata soluzione. Problemi che richiedono la ricerca di percorsi adeguati a una realtà di estrema polverizzazione sociale. Si tratta di compiere un percorso a ritroso. Dalla frammentazione alla ri-composizione di un soggetto collettivo antisistemico.

Quale valore può avere oggi dire Lotta Continua?

In generale possiamo affermare che dobbiamo rileggere la storia dal nostro punto di vista, un’operazione che deve ricostruire simboli, miti, immaginari che aiutino a rimettere in gioco l’idea della necessità di trasformare radicalmente gli odierni rapporti sociali. L’elogio “dell’assenza di memoria” (pensiamo a Negri, ma non solo), non è una “potenza rivoluzionaria”, al contrario partecipa alla costruzione dell’immaginario dominante. Non è solamente proficuo per le operazioni di falsificazione del passato, azzerando la conoscenza dei tentativi di assalto al cielo. È anche funzionale alla produzione di un immaginario in cui tutte le narrazioni del passato sono equivalenti e quindi indifferenti. Evidentemente le cose non stanno in questi termini: da questo sistema se ne può uscire, altri ci hanno provato e noi, ricostruendo i legami con le nostre storie, ci proveremo ancora.

Che significato può avere evocare l’esperienza di una organizzazione politica eterodossa com’è stata Lotta Continua?

Dobbiamo riappropriarci di una tradizione di lotta, la nostra tradizione, riallacciare il filo spezzato dalla sconfitta epocale dell’autunno ‘80. Dissipare l’aria di sconfitta che incombe sul proletariato da quando si è concretizzata la controrivoluzione del Capitale. Richiamare l’esperienza di Lotta Continua, non significa riproporre la sua politica nelle mutate condizioni odierne, vuol dire forzare una discontinuità nell’odierno presente colonizzato dalla tradizione delle classi dominanti. Significa costruire un immaginario, un universo simbolico che sappia rimettere in circolazione lo spirito della rivoluzione. In un contesto generale in cui, mai come oggi, si pone l’alternativa fra la barbarie capitalista e il socialismo inteso come autogestione della produzione e autogoverno della società.

 

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