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«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente»

(K. Marx)

I rider? Per i padroni non sono obbligati a lavorare. Allora di cosa vivono?

I rider? Per i padroni non sono obbligati a lavorare. Allora di cosa vivono?

Stanno uscendo varie letture della sentenza sul caso Foodora ma tra tutte ve ne è una veramente singolare per la quale i rider non sarebbero lavoratori subordinati perché nessuno li obbliga a fare le consegne. Allora di cosa dovrebbero vivere senza effettuare consegne?

Non è la prima volta che accade, anni fa ci fu una vertenza analoga per i pony express, per i padroni è una libera scelta  quella dei rider, non importa la soggezione economica alla impresa o il fatto che ci sia una piattaforma digitale che svolge la funzione padronale, nulla giustificherebbe la natura subordinata del rapporto di lavoro.

Chi lo va a raccontare ai giuslavoristi che non rispondere alla chiamata significa la esclusione dalla piattaforma perché esiste un obbligo di rispondere se si vuole continuare a lavorare alle condizioni imposte dal capitalismo digitale?

Nessuna prestazione lavorativa è obbligatoria, domani chiunque potrebbe decidere di non presentarsi al lavoro senza documentazione, così ci dicono i giuristi padronali,  ma poi  lo stesso lavoratore, così operando, incorrerebbe nel licenziamento o, se fortunato, in sanzioni disciplinari.

Eppure si continua a ripetere gli stessi concetti astratti per motivare il mancato riconoscimento del carattere subordinato di queste prestazioni facendo leva sulla non conoscenza  delle piattaforme e del loro effettivo funzionamento, dei meccanismi coercitivi e dei dettami comportamentali da rispettare alla lettera pena la esclusione dalla piattaforma e da ogni salario.

Parlare poi della mancata continuità del rapporto ci sembra ancora più bizzarro perché una piattaforma può decidere arbitrariamente chi far lavorare  e chi no stabilendo così l'intensità del rapporto stesso.

Cosa vorrà dire allora che i rider non erano obbligati  a lavorare? Se vogliono continuare a vivere devono sottostare alle regole della piattaforma, pena l’esclusione, sta qui il vero nodo della questione che viene invece trattata in termini astratti, degni di una lettura di inizio capitalismo. E' vero che un fattorino può decidere in quale fascia oraria lavorare ma resta anche innegabile che può, in quella fascia, attendere invano una chiamata, offre la sua disponibilità ma deve sovente rivedere le fasce orarie se vuole lavorare, piegarsi ai voleri della piattaforma  che poi è libera di servirsi della prestazione lavorativa oppure no.

E' improprio dire che il datore di lavoro lascia il fattorino libero di svolgere la sua prestazione perché  la piattaforma esercita un potere organizzativo, gestionale e direttivo, se il fattorino non risponde velocemente a una domanda, se ritarda in una consegna, se non rispetta i dettami della piattaforma viene messo fuori.

Se non esiste potere disciplinare è comunque dirimente un codice di comportamento più o meno occulto e il mancato rispetto dello stesso determina l'esclusione dalla piattaforma senza dimenticare che esiste lo smartphone o l'app a dare indicazioni su come gestire il lavoro, sulla ottimizzazione dei tempi di consegna per non parlare poi del costante monitoraggio possibile della prestazione, sui tempi di eseguirla, sugli spostamenti effettuati, tutti elementi determinanti per stabilire il controllo e la direzione del datore di lavoro sul facchino, la subordinazione di quest'ultimo ai dettami aziendali, pardon della piattaforma.

Allora, altro che forme di coordinamento, siamo in presenza di un subdolo rapporto di subordinazione non riconosciuto come tale.

E per correre ai ripari Deliveroo, società inglese del food delivery, in questi giorni ha concluso un accordo per tutti i paesi europei in cui opera, Italia inclusa, che prevede una sorta di assicurazione unica gratuita per tutti i fattorini alle loro "dipendenze", ossia più di 35 mila in Europa dei quali 1300 nel nostro paese. Una assicurazione finalizzata a scongiurare nuove cause e soprattutto ad allontanare l'attenzione mediatica, assicurazione che dovrebbe prevedere una sorta di bonus per le temporanee inattività e prevedere una sorta di prezzi scontati per cure mediche e altri bonus in caso di incidenti con il coinvolgimento di terzi.

La polizza assicurativa, stipulata in Gb, prevede dunque la normale assicurazione in caso di incidenti, una certa copertura in caso di infortuni che impediscano la presenza al lavoro, tot euro in caso di ricovero ospedaliero e un massimale per coprire eventuali danni verso terzi. polizza che vorrebbe disinnescare ogni rivendicazione atta a dimostrare il carattere subordinato della prestazione inserendosi dentro un contesto europeo nel quale una generica carta dei diritti per i lavoratori digitali viene scambiata per un contratto nazionale vero e proprio. Non si puo' prescindere dalla natura giuridica del rapporto di lavoro, le carte dei diritti diventano strumento per applicare una sorta di deregulation nel settore o per andare avanti verso lo smantellamento delle tutele collettive andando oltre perfino il jobs act. Sui fattorini non può essere sviluppato un ragionamento municipale, se lo facessimo ragioneremmo in termini errati e divisori di questa forza lavoro. Forse una soluzione esisterebbe, ossia quella di rivendicare con forza il carattere subordinato della prestazione lavorativa, non illudersi che una carta dei diritti possa avere la stessa forza di un contratto nazionale ma allo stesso tempo non chiudersi all'interno di un Ccnl che oggi non rappresenta più, come la logistica insegna, il baluardo inespugnabile dei diritti e spesso lascia fuori innumerevoli tutele che , se riconosciute, restituirebbero diritti, agibilità e potere di acquisto e di contrattazione

FEDERICO REDAZIONE PISANA

 

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