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«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente»

(K. Marx)

Su alcune questioni della fase attuale

Su alcune questioni della fase attuale

INTERVISTA AI COMPAGNI DELLA REDAZIONE PISANA DI  LOTTA CONTINUA

Quali differenze vedete, ad un primo sguardo, fra la politica di ieri e quella di oggi?

Ricordo un vecchio film di Nichetti, Ratataplan, dove il protagonista, addormentandosi davanti alla televisione, si risveglia dopo tanti anni. Se paragonassimo una tribuna politica di 30 anni fa con qualche odierno salottino televisivo alla presenza di ministri e leader politici saremmo assaliti dalla disperazione. Non tanto per l'uso o meno del congiuntivo, ma perché troveremmo le discussioni di un tempo noiose, abituati come siamo ormai ad essere presi per mano e indirizzati verso gli stati di animo verso cui vogliono portarci con il sapiente utilizzo dei media. Forse i più giovani non riuscirebbero neppure a comprendere le parole dei politici di ieri visto che da anni sono abituati alla trasformazione della politica stessa in “politica gossip” o in intrattenimento da salotto. La politica assume i connotati dell'intrattenimento e non della discussione. Alla partecipazione di massa è subentrata la fittizia partecipazione, che poi partecipazione non è. Attraverso i social network, non ci si incontra, non si discute, non si parla e questo è solo vantaggioso per il potere perché ogni cambiamento rivoluzionario nasce dal confronto e dalla condivisione, dalla ribellione che si organizza.  Analogo discorso andrebbe fatto paragonando i capitani di industria di 40 anni fa con quelli di oggi molto più avvezzi ai salotti della finanza. Anche in questo caso risalterebbe la differenza tra i manager odierni e chi guidava industrie pubbliche e private negli anni Sessanta. Continuiamo ad essere scettici quando vediamo molti compagni diffondere immagini e giornali del passato, gli amarcord non aiutano a capire la realtà odierna.

Si può parlare, come fanno alcuni, fine della politica?

No, il trasformismo della politica ci ha tuttavia abituato a giravolte paurose, chi di noi avrebbe detto 20 anni fa che i centri sociali non sarebbero scesi in piazza contro Camp Darby quando invece lo fanno per le donne o per i diritti civili? “Non una di meno” può essere messa in antitesi alla lotta contro la militarizzazione dei territori? Non crediamo siano in antitesi, ma chi oggi parteggia per i Kurdi sembra ignorare le servitù militari in Italia. Senza demonizzare o scatenare polemiche prendiamo atto di questa situazione, non idilliaca, e nel frattempo continuiamo a mobilitarsi a fianco dei senza casa, di kurdi e palestinesi, ma senza dimenticare cosa accade in casa nostra. Sta qui la differenza sostanziale. Chi avrebbe detto oggi che alcuni partiti sono più sensibili del sindacato su materie come l'abbassamento della età pensionabile o le pensioni? Lungi da noi pensare che Lega e Movimento 5 Stelle siano forze a difesa delle classi sociali meno abbienti, ma sicuramente non faranno, per quanto riguarda i diritti sociali, peggio del Partito Democratico. Altro discorso invece riguarda i diritti civili e le prime esternazioni, in Sicilia, del neoministro Salvini non promettono nulla di buono.
Il vero problema resta comunque un altro: alzarci dalla poltrona, per chi la possiede, e iniziare a camminare con le nostre gambe senza farsi illusioni sull'operato dei Governi, senza parteggiare come tifosi bevendoci i luoghi comuni trasformati in massime di vita e in perle di saggezza. Chi oggi ci chiama alle armi (si fa per dire) contro i fascio-leghisti può finire per portare solo acqua al mulino del Partito democratico e dell'Europa di Maastricht, magari non ha detto una parola contro la Fornero o il saccheggio dei correntisti con lo scandalo delle banche. Lo ripetiamo per non essere fraintesi: chi urla non ha promosso iniziative all'indomani della barbara uccisione del sindacalista del Mali in Calabria, forse perché quelle baraccopoli sono figlie della Bossi Fini e delle stesse politiche della “sinistra” in materia di immigrazione. Abbiamo perso un’occasione importante per dire che la lotta dei migranti contro il caporalato dovrebbe vederci attivi e protagonisti come lavoratori autoctoni, oggi tocca a loro, domani a noi, del resto nei campi a 3 euro all'ora ormai ci finiscono anche gli italiani. E la lotta contro il connubio criminalità/politica va condotta in termini diversi da quelli pur giusti e legittimi di Libera. Ma per farlo bisogna liberare il campo da un equivoco: i migranti non sono il bene assoluto da contrapporre alla destra per la quale invece solo gli italiani vanno considerati. Sono visioni manichee della realtà che alla fine danneggiano gli interessi di classe, attenzione “classe” e non “etnia”.

Un partito come la Lega ha impostato la sua azione e la sua propaganda politica sull’insicurezza che deriverebbe dalla presenza nel nostro Paese degli immigrati. Come si rispondere concretamente a questa politica?

Proviamo a sviluppare alcuni ragionamenti sapendo che invertire la tendenza significa legare ogni lettura ad azioni pratiche e conseguenti.
Da anni ci parlano della flessibilità, negli ultimi giorni flessibilità è sinonimo di apertura mentale alle innovazioni, di lotta senza quartiere alle insicurezze. Quali sarebbero le insicurezze per i lavoratori? La paura di perdere il posto, di avere una pensione da fame, di ammalarsi senza ricevere adeguate cure, di non potere mandare i figli all'asilo perché i servizi a domanda individuale hanno pochi posti e a prezzi non sempre accessibili. Il mancato accesso ai servizi essenziali (istruzione, casa, sanità) non deriva dal fatto che sia aumentata la platea degli aventi diritto, insomma non sono i migranti responsabili, ma piuttosto i Governi che non hanno più costruito case popolari, che hanno saccheggiato oltre ogni limite la sanità. Non sono i migranti a rubarci i posti negli asili nido, sarebbe stato sufficiente trasformarli da servizi a domanda individuale (che gravano sui comuni e determinano rette salate) in servizi della pubblica istruzione per garantire posti a tutti i richiedenti. Ma così non è stato solo per una questione di costi, mancano i soldi per il sociale mentre si regalano fiumi di denaro alle imprese e agli speculatori finanziari che poi non sono entità astratte. Si dice che il bilancio del Pd sui diritti civili sia forse positivo, per questo oggi a difenderne l'operato troviamo settori del mondo gay e delle cooperative sociali ma sul fronte dei diritti sociali e del lavoro, in politica estera hanno solo combinato guai legandoci mani e piedi alla Bce. E il Pd non ha certo favorito i lavoratori delle cooperative che continuano a percepire salari da fame.

In questi giorni, una sentenza di Cassazione ha confermato il licenziamento degli operai ex Fiat Chrysler di Pomigliano. Cosa ne pensate?

Li conosciamo bene, siamo stati con loro a Pisa e a Napoli, la sentenza è la dimostrazione che non esiste una Giustizia sociale. È più violenta la manifestazione inscenata da loro o le delocalizzazioni che hanno cancellato migliaia di posti di lavoro? E della violenza subita dalle famiglie degli operai nessuno parla? Chi risarcirà i familiari dei licenziati? Le sentenze della Magistratura negli ultimi anni, proprio in materia di lavoro, si sono concluse con la sconfitta delle istanze dei lavoratori. Questi sono i risultati della Fornero e del Jobs act, dei rapporti di forza cambiati che determinano anche indirizzi giurisprudenziali diversi dal passato, la supremazia dell'impresa sul lavoratore. Una campagna nazionale va costruita a sostegno dei licenziati politici, una campagna che metta tutti insieme senza primogeniture.  Se guardiamo a quanto accaduto nell'ex Fiat si capisce bene perché le paure delle classi meno abbienti siano del tutto legittime: la perdita di migliaia di posti di lavoro, l'avvento dei robot, le delocalizzazioni produttive, l'espulsione dei sindacati conflittuali, un prodotto incapace di rinnovarsi con vetture competitive rispetto al mercato estero. È forse questa la innovazione tanto decantata? Tecnologia e innovazioni sono state foriere di bassi salari, di pochi posti di lavoro, di aumento dei ritmi e dei tempi, allora per quale motivo dovremmo parteggiare per il “cambiamento”? Noi continuiamo a pensare dirimente la questione della ex Fiat-Chrysler, una vertenza nazionale sull'industria dovrebbe rappresentare l'obiettivo comune.

 

In che senso possiamo parlare oggi di uso capitalistico della tecnologia?

La tecnologia è stata declinata a senso unico e sovente per accrescere i profitti finanziari, i processi tecnologici non sono stati governati o indirizzati a fini sociali o per migliorare le condizioni di vita, per accrescere l'occupazione riducendo l'orario di lavoro.  Con queste premesse vogliamo perseverare nella narrazione tossica dei ritardi culturali? Processo tecnologico e riduzione delle tutele collettive sono stati tutt'uno da molti anni, si guarda giustamente ai diritti civili ma poi si tace sulla contrazione degli spazi di democrazia e partecipazione. Il dominio della Finanza sta diventando strapotere assoluto, non esiste un ruolo progressivo nella tecnologia se la stessa viene piegata a fini speculativi e capitalistici. Se per anni in nome del progresso ti danno un sacco di legnate, non è forse giusto mettersi sulla difensiva?
L’era digitale non ha rilanciato il ‘capitale umano’, lo ha piegato a logiche di sfruttamento e di autosfruttamento, stando sul Pc e navigando produci ricchezza che non viene riconosciuta in alcun modo, le tutele nei luoghi di lavoro sono risibili, basti pensare ai rider che si vedono negato il carattere subordinato del loro lavoro. Dal linguaggio corrente sono uscite parole, anzi concetti quali la riduzione dell'orario a parità di salario, ci si accontenta di generiche carte di diritti o dichiarazioni di intenti al posto di accordi validi nei confronti di tutti e di contratti nazionali veri e propri.

Lavoro gratuito o rilancio della pubblica amministrazione?

Se gli studenti, e gli operatori dei beni culturali, sono costretti ad anni di lavoro gratuito o a basso reddito, evidentemente si pensa che nell'era digitale la equa retribuzione sia del tutto inutile, oppure si emigra all'estero alla ricerca di un lavoro. Eppure bisognerebbe guardare con attenzione al rinnovo della forza lavoro che in Italia è tra le più vecchie d'Europa. Se in Francia o in Germania investono nella pubblica amministrazione per il rilancio dell'economia, in Italia invece si continua tra esternalizzazioni e tagli. Forse il problema è un altro, ossia la scarsa attendibilità della classe imprenditoriale e politica italiana, è responsabilità loro la mancata valorizzazione delle risorse umane tanto è vero che continuano a muoversi lungo il solco della precarietà (la fine del contratto nazionale, il salario minimo, le partite Iva più o meno taroccate). Le preoccupazioni padronali per i ritardi dell'Italia derivano dalle loro politiche, dalle delocalizzazioni, dal ricorso costante agli ammortizzatori sociali pagati dallo Stato, da una idea di competitività basata su bassi salari, lavoro gratuito, libertà di licenziamento, rafforzamento dei jobs act e definitiva cancellazione dello Statuto dei lavoratori. Per questo vorrebbero rivedere anche gli assetti contrattuali, le deroghe al contratto nazionale non bastano più, la contrattazione di secondo livello dovrà fare il lavoro sporco nella riduzione di tutele e diritti.

Nel “contratto” del nuovo governo si parla di una nuova riforma della scuola-

Nei prossimi mesi tornerà al centro del dibattito la questione formazione e scuola, lo faranno perché le riforme degli ultimi anni hanno accresciuto il numero degli analfabeti di ritorno abbattendo il numero dei laureati soprattutto nelle facoltà scientifiche dove l'obbligo di frequenza rende incompatibile lo studio con piccole attività lavorative per mantenersi allo studio. Ci diranno, a noi strenui e inossidabili oppositori del Capitale, che vogliamo fermare il progresso e l'innovazione, la critica verrà anche dai sindacati complici. Non basterà rispondere con gli slogan, urge fare altro e rispondere punto su punto ai luoghi comuni padronali che mirano direttamente ad accrescere i tempi di lavoro a discapito di quelli di vita. La nostra paura è che si vada verso un modello analogo a quello tedesco, con accessi limitati all'università e già definiti dalla scelta delle scuole superiori, un modello che condanna le classi sociali più basse non solo ad una istruzione di serie B ma anche alla assenza di mobilità sociale.

Non sarebbe importante per noi analizzare e capire dove va il Capitalismo Italiano?

Forse sarebbe utile capire dove sta andando il capitalismo italiano, conoscere le delocalizzazioni avvenute, appurare il peso delle cosiddette eccellenze, capire meglio dove siano finiti i profitti degli ultimi anni. Ma per farlo avremmo bisogno di intellettuali e ricercatori a disposizione della classe, figure da anni assenti nel panorama italiano.
I padroni battono cassa, il loro rapporto con le istituzioni è da sempre strumentale, chiedono sostegno alle imprese e in questi anni lo hanno avuto, senza per altro produrre un numero di posti di lavoro adeguato. Allora, giusto per non farsi prendere in contropiede, sarà il caso di capire cosa intendiamo noi per crescita, produttività., salari e redditi, innovazione.
L’industria italiana ha perso valore, in 25 anni il suo contributo al Pil è sceso di quasi 10 punti in percentuale, l'industria occupava 20 anni fa il 32 % della forza lavoro, oggi meno del 27%, la manifattura per anni ha avuto un trend negativo, l'idea del “piccolo ma bello” (che poi stava alla base di un compromesso sociale) si è dimostrata non sempre un fattore positivo. Ma ci sono settori un tempo destinati al terziario che oggi ritroviamo nel settore industriale, se la industria tradizionale esce ridimensionata, ci sono i magazzini della logistica che hanno acquistato un ruolo importante e al loro interno l'organizzazione del lavoro ricorda quella delle fabbriche di un tempo.
Il ragionamento da fare allora riguarda anche i distretti industriali e l'idea di sviluppo che il prossimo Governo dovrà avere assumendo decisioni su Alitalia, Ilva, Piombino, per non parlare poi del settore meccanico, Fiat Chrysler in primis. Bisogna iniziare a parlarne, tra noi, con i lavoratori e i delegati e con i cittadini
Per costruire un ragionamento sensato dovremmo partire dall'analisi delle privatizzazioni avvenute, capire la ragione della scomparsa di tanti marchi detenuti dalle partecipazioni statali o la fine delle grandi industrie che avevano proliferato nei 30 anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale. Dovremmo capire perché gruppi come Indesit, Parmalat e Pirelli siano stati acquistati da stranieri o perché un settore dove gli Italiani erano forti come quello dei computer e della telefonia nell'arco di pochi anni sia stato distrutto.
Lo Stato Italiano ha difeso i suoi prodotti o si è fatto dettare dalla Germania, e non solo, politiche atte allo smantellamento di settori nevralgici? E perché i ritardi del Sud Italia sono sempre più accentuati? Colpa della malavita organizzata e dei suoi tentacolari interessi di potere o anche frutto del lavoro nero, della "deindustrializzazione precoce”, di politiche industriali nocive per gli esseri umani e l'ambiente (Ilva di Taranto come si evince dalle numerose inchieste della Magistratura)?

Sindacati complici da una parte e passività dei lavoratori: come rompere questa gabbia?

Negli ultimi lustri è mancata la politica industriale, i Governi e il Sindacato hanno solo concesso quanto richiesto dai padroni, a nessuno è venuto in mente di analizzare lo stato di  salute del capitalismo italiano, lo stato ha abdicato ad ogni ruolo di indirizzo perché così ha voluto anche l'UE, il sindacato ha rinunciato al conflitto barattando la sua arrendevolezza con la previdenza e la sanità integrative o con la promessa di conservare il business dei Caf.
Qualunque sia allora il ragionamento in materia di diritti, produttività e industria, non possiamo stare sulla difensiva, eludere le questioni più importanti, muoversi nell'ottica del contenimento del danno e del perenne compromesso a perdere.
Suonerà come desueto il nostro invito a riflettere sul ruolo dello Stato e da lì ripartire per capire il modello industriale dei prossimi anni, sarà desueto pensare ad un sindacato che non sia complice o cinghia di trasmissione dei processi in atto ma torni al suo ruolo conflittuale provando a strappare aumenti salariali, per affermare contratti con contenuti avanzati e mobilitandosi per la difesa dei posti di lavoro, la riduzione dell'orario e l'abbassamento dell'età pensionabile.
Sarà desueto riproporre una analisi della fase ma non troviamo altro modo per scongiurare l'ennesima debacle dei lavoratori e delle lavoratrici.  Conoscere, capire, interpretare e agire, non sono solo parole d'ordine o slogan, indicano quanto dobbiamo fare per non essere risucchiati dalle lotte parlamentari piegando le nostre istanze agli interessi di altri.

Tanto cara mi fu questa iva
Assistenza socio-sanitaria per stranieri: pesanti ...
 

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Giovedì, 18 Ottobre 2018

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