"Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente." (K. Marx)

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Presentazione del blog della Redazione di Lotta Continua

NEO/PROLETARI CONTRO IL CAPITALE

Questo spazio della redazione di Lotta Continua vuole contribuire alla costruzione di un punto di vista di parte, a fianco di tutti i segmenti del moderno proletariato oggi frammentato e assoggettato alle ferree leggi del sistema. Questo per noi significa assumerne i bisogni materiali e sociali per collocarli dentro un percorso di conflitti per la trasformazione radicale del sistema, per la liberazione dalle catene del Capitale.

Questo blog intende valorizzare tutti i conflitti che, nelle condizioni attuali, inevitabilmente sono connotati da parzialità, motivati in gran parte da bisogni immediati o quantomeno da bisogni non ancora “radicali”, come erano stati nel ciclo di lotte degli anni '60 e '70.

Assumendo la cassetta degli attrezzi della critica marxiana, consideriamo la “condizione proletaria” (sempre storicamente determinata e mai astratta) come il terreno da cui può nascere il rifiuto, la “negazione” in tutte le sue forme, dall'indignazione al riot. Queste forme di conflitto, possono essere la “stazione di partenza”, ma non possono essere quella di arrivo. Corrispondono ad un primo livello di consapevolezza all'interno di un percorso che attraversa, in un tragitto ideale, diversi livelli di conoscenza e di “presa di coscienza”.

In questo spazio vogliamo, in primo luogo, aprire un confronto dialettico, una riflessione aperta, non viziata da vecchie gabbie ideologiche, su come “politicizzare le lotte” che si sviluppano sul terreno della resistenza, dei bisogni parziali, dei diritti sociali collettivi da parte dei diversi segmenti del moderno proletariato.

Se è vero che ogni lotta porta in sé un significato politico implicito (perché nasce dalle contraddizioni del sistema), questo va reso esplicito. Il che significa operare per collocare i bisogni dei subalterni dentro il sistema complessivo, nei suoi rapporti sociali, nei meccanismi che producono le classi sociali. Vuol dire individuare e indicare il nemico reale (superare le retoriche anti-casta, a cui va sostituita la controparte di classe), i suoi strumenti, il ruolo dello Stato e dei suoi apparati ideologici, la funzione sempre più estesa delle diverse forme di controllo sociale.

Significa rendere espliciti i meccanismi del capitalismo che conducono all'impoverimento, al declassamento sociale, alla compressione dei bisogni, alla precarietà lavorativa ed esistenziale, al deterioramento del lavoro, all'esposizione al rischio sociale del tardo-capitalismo, cosiddetto post-fordista, alla mercificazione generale.

 

Quali sono gli obiettivi di mobilitazione che possono rispondere alle necessità della “condizione proletaria” moderna?

Se l'obiettivo economico qualificante delle lotte operaie della fine degli anni '60 è stato la centralità del salario, oggi non è più così, o almeno lo è solo in parte; i problemi economici del proletariato odierno si pongono in termini diversi rispetto a quel ciclo di lotte. La frammentazione in unità produttive anche molto piccole, l'estensione dei rapporti lavorativi di tipo precario (in linea di tendenza maggioritari), un consistente zoccolo di disoccupazione strutturale, il lavoro falsamente autonomo, ci pongono di fronte ad una realtà molto più complessa ed articolata. Non siamo più in presenza di una centralità che si definisce attorno al conflitto fra classe operaia industriale e capitalismo industriale: è mutata la composizione di classe. La scomposizione del “diamante del lavoro” ci rimanda un insieme di schegge che formano una composizione della classe proletaria estremamente debole, strutturalmente fragile.

I bisogni della nuova composizione proletaria si muovono oggi su molteplici fronti che devono aggredire il salario reale, i bisogni sociali (abitazione, salute, trasporti, formazione...), il salario differito (le pensioni), il salario sociale per disoccupati e precari, la rivendicazione di un salario minimo orario, i diritti sociali prima ancora di quelli civili, ecc.

Questa visione complessiva della “condizione proletaria” era già stata patrimonio dell’esperienza di Lotta Continua negli anni 70. Partendo da questa visione Lotta Continua elaborò la pratica politica della “lotta generale” che doveva estendersi dalla fabbrica agli spazi urbani, all’esercito, alle carceri e alle altre “istituzioni totali”.

Ognuno di questi obiettivi (che presi singolarmente possono apparire parziali) contiene un significato politico implicito perché questi bisogni sono il prodotto dei meccanismi di funzionamento del capitalismo che espropriano ricchezza a tutto il lavoro sociale e destabilizzano permanentemente la condizione dei soggetti proletari. Rendere palese questo contenuto significa anche operare per unificare le lotte, per ricomporre la frammentazione sociale proletaria e operare nella direzione della ricomposizione politica della classe a venire, che è l'obiettivo strategico di questa fase.

 

La grande fabbrica fordista è stato lo spazio in cui si è prodotta aggregazione, coscienza dello sfruttamento, intelligenza del nemico. In quei luoghi si sono sviluppate dapprima forme di “spontaneità organizzata” che, via via, si è strutturata in Comitati di base e autonomi, nelle Assemblee autonome, nei Consigli dei delegati, ecc. che hanno rotto la linea di demarcazione netta (propria di un certo leninismo) fra lotta sindacale e lotta politica (con rivendicazioni egualitarie, contestazione dell'organizzazione capitalista del lavoro, primato dell'operaio sulle esigenze della produttività, lotta alla gerarchia di fabbrica, autorganizzazione, ecc.).

Oggi la necessità di intercettare il lavoro frammentato, diffuso territorialmente, precario, disoccupato, migrante e le esigenze di creare strumenti organizzatavi territoriali per sostenere le lotte proletarie, pongono nodi da districare che non hanno trovato, ad oggi, soluzioni durature. Si tratta di problemi che, appaiono più vicini alle condizioni del movimento operaio ottocentesco, piuttosto che alla storia del Novecento.

Le grosse difficoltà che si incontrano nei tentativi di creare luoghi di aggregazione e strumenti organizzativi adeguati alla frantumazione odierna non è un problema “tecnico-organizzativo”, che possa essere risolto con strumenti semplicemente tecnici. È un problema politico.  In questa condizione di frammentazione del moderno proletariato ogni passo verso la creazione di spazi di azione collettiva, verso la riunificazione va interpretato come un salto di coscienza politico. Perché è un riconoscersi come soggetto collettivo, come “classe”, una presa di coscienza che può maturare nelle lotte e nel riconoscimento del nemico e che nessuna propaganda “di partito” è mai stata in grado di realizzare.

I meccanismi del capitalismo flessibile hanno prodotto nuove condizioni proletarie (nuove come figure sociali e come dato quantitativo) che si sono materialmente tradotte in deprezzamento del valore del lavoro, declassamento delle condizioni di vita della base sociale, precarietà. È ritornata quella “povertà assoluta” che nel fordismo maturo sembrava debellata come problema sociale o quantomeno ridotto a un fenomeno marginale.

La diffusione di queste condizioni sociali hanno determinato una crisi di legittimità del sistema e un acuirsi delle contraddizioni sociali che, incontrando enormi difficoltà a strutturarsi in rivendicazioni collettive consapevoli, si esprimono in diverse forme di “disordine sociale” e di “illegalità”. Nel capitalismo in versione neoliberista, che finora è riuscito a chiudere i canali della rivendicazione collettiva, i conflitti parziali tendono ad essere concepiti dal sistema come anomalie sociali, ad essere etichettati come irrazionalità, devianza, criminalità, quando non terrorismo (il sempre paventato pericolo del “ritorno delle ideologie” e degli “anni di piombo”).

Dentro un tessuto sociale lacerato, di usura dei legami sociali, di produzione di marginalità a livello di massa sono emersi processi di ri-carcerizzazione. Dopo anni di riduzione del numero dei carcerati, le carceri si sono riempite in modo spropositato; per alcuni paesi (negli Usa si sono superati i 2 milioni di detenuti) si può parlare di “nuovo grande internamento”. Da sempre i sistemi penali sono stati strumenti di gestione e controllo del “sottoproletariato” e del proletariato “deviante”, funzionali alla valorizzazione del Capitale.

È evidente che i meccanismi di funzionamento del dopo-fordismo, la contrazione delle politiche di “stato sociale” richiedono una specifica strategia di controllo sociale, un sistema poliziesco-penale che funzioni come governo della marginalità sociale strutturalmente prodotta dal sistema odierno.

D'altra parte molti dispositivi di controllo sociale hanno finalità di prevenzione di “anomalie” anti-sistemiche e si concretizzano in nuovi meccanismi di sicurezza, militarizzazione e pattugliamento regolare del territorio urbano.

L'ossessione securitaria, le politiche di “tolleranza zero”, moltiplicano i controlli e potenziano le nuove forme di sorveglianza. Il territorio metropolitano (lo spazio “pericoloso” per eccellenza) è coperto da una ragnatela di videosorveglianza capace di spiare ogni movimento grazie all’utilizzo pervasivo delle nuove tecnologie.

Dalla frantumazione della vecchia “classe laboriosa” emergono “nuove classi pericolose” fra cui si distingue il “proletariato d'importazione”. Su questo segmento di classe globale si è costruita la figura del “nemico pubblico” numero uno da controllare rigidamente con un sistema di governo che consenta di estrarre il massimo di profitto con la minor spesa possibile.

Per queste figure di proletariato migrante sono stati predisposti strumenti “d'eccezione”, i lager per migranti, i CPT (oggi CIE) nati con la legge Turco-Napolitano, le leggi eccezionali della Bossi-Fini che criminalizzano l'immigrazione. Creati per controllare i flussi, questi lager “amministrativi” stanno lì come monito, come modello di governo delle “classi pericolose”, come sperimentazione di tecniche di controllo e repressione da estendere a tutti i marginali. Rappresentano un atto politico di una guerra metropolitana contro i nuovi poveri, contro gli scarti umani prodotti dal capitalismo del dopo-fordismo.

I movimenti di massa che abbiamo conosciuto nel dopo-fordismo, in questo periodo più lungo di tre decenni, sono stati sostanzialmente interni ai recinti del sistema. Hanno promosso mobilitazioni “a tema”, parziali (che non ci sogniamo di disprezzare ma) che oggettivamente non hanno avuto la forza di frenare l'avanzata della grande ristrutturazione del Capitale, il declassamento materiale e la scomposizione del nostro soggetto, il consumo dei legami sociali, la colonizzazione della soggettività delle masse.

In questi tre decenni che ci separano dalla sconfitta dell'autunno '80, si sono sviluppate concezioni della lotta politica che, invece di raccogliere, potenziare e indirizzare le espressioni di antagonismo di un corpo sociale frantumato e tormentato, le hanno disperse su obiettivi parziali e spesso illusori (le “utopie letali”). Fiaccando, in questo modo, la possibilità di far ripartire una lotta di classe “dal basso” in contrapposizione a quella agita “dall'alto” che non ha mai smesso di tessere la sua trama e il suo agire contro di noi.

La fragilità dei movimenti degli ultimi trent'anni emerge in tutta evidenza con l'irrompere della crisi che ci ha trovati disarmati politicamente, culturalmente e organizzativamente. È un dato di fatto. Non è nostra intenzione collocarci in una stucchevole opposizione fra repulsione o fascinazione; i movimenti sono il prodotto dei tempi in cui nascono, di specifiche condizioni materiali e culturali.

Ci interessa tenere ben ferma l'identità oggettiva, la composizione sociale dei movimenti e la soggettività esplicitata (la rappresentazione di sé, la simbologia espressa, l'individuazione del campo amico-nemico, le credenze, gli slogan, il lessico, i desideri, l'ideologia, gli immaginari, ecc.) e il rapporto fra le due dimensioni (oggettività e soggettività). Assumendo come cartina al tornasole il criterio “dell'autonomia”, o meglio il livello di autonomia espressa nei confronti del sistema, per afferrarne le tendenze e quindi le potenzialità di sviluppo e di permanenza nel tempo e la possibilità di sviluppare “contro-egemonia” o contro-potere che dir si voglia.

Oggi il nocciolo duro del problema è come collocarci dentro una realtà (oggettiva e soggettiva) che non ha precedenti nella nostra storia. Le difficoltà e la complessità del presente possono spingere a rifugiarci dentro le famiglie tradizionali del movimento operaio, dentro riti, linguaggi e strutture rassicuranti. Questo significherebbe morire o trasformarci in “testimoni”, il che sarebbe la stessa cosa. Quello che è in gioco non può essere un ritorno al passato, la difesa di identità oramai consumate, nate e cresciute in un mondo che non c'è più.

Proprio per le caratteristiche della nuova “composizione di classe” non possiamo aspettarci l'emergere spontaneo di movimenti e di una soggettività orientata in senso classista e antisistemica. Né si può cadere nell'illusione che dentro la realtà odierna l'attesa ri-composizione del soggetto collettivo anti-capitalista possa avvenire nella “piazza” o a colpi di rituali scadenze autunnali, peraltro sempre più deboli. Un processo del genere non può che concretizzarsi in profondità, nella invisibile e sotterranea lotta di classe quotidiana, a partire dai vissuti materiali dei nostri soggetti sociali e dall'azione di un'intelligenza politica collettiva. Dall’operare di un soggetto politico che sia capace di tenere insieme la critica radicale al sistema e il rifiuto di assumere un ruolo di testimonianza marginale di una storia del passato.

La scomposizione della vecchia composizione di classe a centralità operaia, cosa ci consegna dal nostro punto di vista di classe ? cosa ci informa l’inchiesta e l'analisi delle condizioni materiali e della soggettività neo-proletaria? possiamo individuare un soggetto materialmente e politicamente centrale, anche tendenzialmente capace di aggregare attorno a sé gli altri segmenti proletari, com'è stato per l'operaio-massa, per il “partito di Mirafiori”? quali livelli di “autonomia” e di politicità implicita esprimono i movimenti del presente e come valorizzarli? Come realizzare la socializzazione e la circolazione delle lotte? quali obiettivi di lotta possono favorire la ricomposizione di un soggetto collettivo anti-capitalista? in che modo individuare le tendenze dei conflitti? come fare controinformazione e comunicazione nella realtà odierna? come contrastare l'azione repressiva degli apparati poliziesco-penali e la società del controllo? di quali nuovi attrezzi abbiamo bisogno e quali possiamo recuperare dalla nostra storia?

Le vicende della fine degli anni 70 hanno spezzato il filo della continuità di più di un secolo di storia del movimento operaio. Partire dall’eredità che ci lascia quella storia è un percorso che pensiamo sia obbligatorio, con la consapevolezza delle difficoltà dei nostri tempi. Sapendo anche che il nostro nemico ha messo a punto formidabili dispositivi di dominio e di controllo. Ma come diceva un rivoluzionario russo: “l’albero della storia è sempre verde”.

Su questi e su altri interrogativi vogliamo qui aprire un confronto dialettico a partire dai processi e dai movimenti sociali, uscendo da quelle rigidità ideologiche che offuscano la possibilità di interpretare le nuove tendenze che la realtà ci consegna, per poter tornare a “osare lottare e osare vincere!”

 

Lotta Continua concluse i suoi 7 anni di esperienza politica, come organizzazione della sinistra rivoluzionaria italiana, nell’autunno del 1976, in seguito al Congresso di Rimini. Una fine che si è prodotta fra lacerazioni dentro il suo corpo militante i cui echi si avvertono ancora oggi.

Perché richiamare a tanti anni di distanza, nell’odierno contesto sociale, politico e culturale così diverso da quello degli anni ’70, l’esperienza di Lotta Continua?

Lotta Continua è stato un soggetto politico che si è attivato per rispondere ai nuovi bisogni e alle nuove domande politiche che le lotte del secondo “biennio rosso” (68-69) hanno posto a tutti i soggetti politici del tempo. Le risposte di Lotta Continua sono state, per diversi aspetti, originali e sicuramente di parte, collocandosi indiscutibilmente dalla parte dei bisogni del proletariato del suo tempo. La sua pratica politica non è diventata una “tradizione”. Di quell’esperienza politica e umana si sono sedimentate memorie discordanti, suggestioni, immaginari, piccole mitologie, ricostruzioni dei nostri avversari, spesso poco rispondenti e a volte anche lontane dalla sua realtà.

Lotta Continua non è stata una filiazione delle organizzazioni storiche del movimento operaio. A differenza di molti collettivi e organizzazioni che sono proliferate in quegli anni, si è formata essenzialmente dentro i movimenti collettivi della fine degli anni 60. Ha trovato la sua ragione di esistenza nel voler stare all’interno dei conflitti, assumendo e facendosi carico anche delle contraddizioni di quel fiume impetuoso che sono stati gli ultimi grandi movimenti collettivi del Novecento. La sua “ragione sociale” è stata quella di voler essere “la testa dei movimenti”, ma non di “mettersi alla testa dei movimenti”. I quadri più coscienti che diedero vita all’Organizzazione si sono formati nell’esperienza del Potere Operaio Toscano, nella Comune di Palazzo Campana a Torino (inverno 67-68), nelle lotte universitarie di Trento, Pavia, Pisa, della Cattolica di Milano. Una collettività di giovani militanti che si è poi confrontato direttamente con i conflitti operai delle fabbriche del Nord e in particolare con quelli del 69 della Fiat di Torino.

Quali apporti diedero i compagni di Lotta Continua? Col tempo avremo modo di ritornare su alcuni aspetti della pratica politica dell’Organizzazione. Qui ci limitiamo a esporre, in modo molto sintetico e frammentario, alcune centralità della sua esperienza.

I movimenti di massa nelle Università, nelle grandi fabbriche, nelle aree urbane, nelle istituzioni totali, i contenuti delle loro rivendicazioni, indirizzano Lotta Continua verso la necessità di superare l’esperienza dell’ortodossia marxista. In primo luogo viene operato una specie di rovesciamento nel rapporto gerarchico fra movimenti e organizzazione politica. Il polo strategico viene collocato e ricercato nell’autonomia dei movimenti, in quel “movimento reale” che deve però finalizzarsi all’abolizione “dello stato di cose presenti”. All’organizzazione, comunque indispensabile, competono le funzioni tattiche necessarie per poter sovvertire il sistema. L’organizzazione si forma dentro un processo di sviluppo della coscienza da parte dei movimenti proletari, non attraverso un semplice richiamo a principi generali e ad un sistema ideologico. La direzione rivoluzionaria è legittimata dal rapporto con le lotte di massa, dal suo essere espressione generale dei bisogni rivoluzionari.

Con un diretto richiamo a Marx, per Lotta Continua la trasformazione deve essere opera del proletariato (“si tratta di capire che non si prende il potere per conto del proletariato e dell’umanità, ma che è il proletariato a prendere il potere”). Il suo intervento politico si rivolge quindi a tutti i segmenti del proletariato del suo tempo, pur riconoscendo sempre la centralità della componente operaia. Questa visione orienta Lotta Continua a organizzare lotte sui bisogni di tutti i settori proletari, nelle fabbriche e nella società, orientandole contro il comune nemico. Con questa impostazione complessiva del conflitto sociale l’Organizzazione sviluppa la linea politica della “lotta generale” contro il dominio del Capitale nella produzione e in tutti i luoghi della riproduzione dei rapporti sociali dominanti.

Il passaggio cruciale, il primo, per la presa di coscienza della propria collocazione sociale e per l’individuazione del proprio nemico è la partecipazione attiva ai conflitti di attacco a “padroni e Stato”. “Gli operai, gli studenti, i tecnici, i contadini arrivano a formarsi una coscienza rivoluzionaria generale a partire dall’esperienza di lotta che conducono all’interno della loro condizione di classe, dalla capacità di essere l’avanguardia di questa lotta … se perdono questa capacità possono imparare tante cose, ma restano come sospesi nel vuoto”. Nella visione di Lotta Continua la trasformazione dei soggetti, il loro arricchimento personale, non viene rimandato a un lontano e imprecisato futuro: la partecipazione attiva a tutte le forme di lotta collettiva, la loro organizzazione, operano fin da subito la trasformazione delle soggettività. “L’uomo nuovo non nascerà quando la vittoria sulla struttura capitalista ne avrà creato le condizioni: nasce oggi, nella lotta contro il capitalismo”.

Oggi, nelle mutate condizioni produttive, riproduttive e culturali, in assenza di movimenti dotati di una loro autonomia e di una carica antisistemica, si pongono problemi nuovi, di non facile e immediata soluzione. Problemi che richiedono la ricerca di percorsi adeguati a una realtà di estrema polverizzazione sociale. Si tratta di compiere un percorso a ritroso. Dalla frammentazione alla ri-composizione di un soggetto collettivo antisistemico.

Quale valore può avere oggi dire Lotta Continua?

In generale possiamo affermare che dobbiamo rileggere la storia dal nostro punto di vista, un’operazione che deve ricostruire simboli, miti, immaginari che aiutino a rimettere in gioco l’idea della necessità di trasformare radicalmente gli odierni rapporti sociali. L’elogio “dell’assenza di memoria” (pensiamo a Negri, ma non solo), non è una “potenza rivoluzionaria”, al contrario partecipa alla costruzione dell’immaginario dominante. Non è solamente proficuo per le operazioni di falsificazione del passato, azzerando la conoscenza dei tentativi di assalto al cielo. È anche funzionale alla produzione di un immaginario in cui tutte le narrazioni del passato sono equivalenti e quindi indifferenti. Evidentemente le cose non stanno in questi termini: da questo sistema se ne può uscire, altri ci hanno provato e noi, ricostruendo i legami con le nostre storie, ci proveremo ancora.

Che significato può avere evocare l’esperienza di una organizzazione politica eterodossa com’è stata Lotta Continua?

Dobbiamo riappropriarci di una tradizione di lotta, la nostra tradizione, riallacciare il filo spezzato dalla sconfitta epocale dell’autunno ‘80. Dissipare l’aria di sconfitta che incombe sul proletariato da quando si è concretizzata la controrivoluzione del Capitale. Richiamare l’esperienza di Lotta Continua, non significa riproporre la sua politica nelle mutate condizioni odierne, vuol dire forzare una discontinuità nell’odierno presente colonizzato dalla tradizione delle classi dominanti. Significa costruire un immaginario, un universo simbolico che sappia rimettere in circolazione lo spirito della rivoluzione. In un contesto generale in cui, mai come oggi, si pone l’alternativa fra la barbarie capitalista e il socialismo inteso come autogestione della produzione e autogoverno della società.

 

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Mercoledì, 23 Agosto 2017

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