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«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente»

(K. Marx)

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Astensionismo: breve analisi

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Astensionismo: breve analisi Alle elezioni comunali del 14 Maggio si è registrato un aumento dell'astensionismo la cui crescita è stata progressiva a partire dal 2008 anno della crisi economica e finanziaria avviata sul finire del 2006 con il crollo negli Usa dei subprime e la insolvenza dei debitori che avevano contratto mutui per l'acquisto di immobili, mutui che si trovarono a non potere onorare trascinando nella rovina innumerevoli istituti finanziari.La disaffezione al voto colpisce soprattutto le regioni del Centro Nord ove la partecipazione alle elezioni era stata storicamente più alta.Rispetto alle elezioni politiche di un anno fa il Pd blocca la emorragia...
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Perché la Sanità è allo stremo dopo la pandemia

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Perché la Sanità è allo stremo dopo la pandemiaChiara Giorgi 12 Maggio 2023L’Italia spende pro capite per la sanità la metà della Germania, il 15% in meno della media Ue. Ecco il perché di liste d’attesa infinite e pronto soccorso al collasso. Il Ssn è sostanzialmente de-finanziato, i privati e le assicurazioni lo vampirizzano. Il nuovo Laboratorio su salute e sanità.Il recente dibattito, l’esperienza della pandemia, le minacce che incombono sul diritto alla salute, fisica e psichica, individuale e collettiva, suggeriscono l’attualità di un servizio sanitario pubblico, universalistico ed egualitario. Torna utile allora ricordare a quali caratteristiche si ispirò il nostro...
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David Harvey : «In Francia, il neoliberalismo diventa violento e autocratico»

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David Harvey : «In Francia, il neoliberalismo diventa violento e autocratico» – di Mathieu Dejean e Romaric GodinIntervista al geografo ed economista David Harvey, uno dei marxisti più influenti della nostra epoca, sullo stato del capitalismo, la sinistra francese e l’importanza del pensiero di Karl Marx.Harvey è una delle figure più importanti del marxismo contemporaneo. Di passaggio a Parigi, ha incontrato, il 12 aprile, su invito dell’Institut La Boétie, Jean-Luc Mélenchon. Grande critico del capitalismo, instancabile portatore del pensiero di Karl Marx, geografo pensatore degli effetti concreti del capitale sullo spazio, questo britannico di 88 anni è da sempre un attento...
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Il grande imbroglio della sostituzione etnica

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Il grande imbroglio della sostituzione etnicaAnnamaria RiveraUn lemma che andrebbe decisamente abbandonato, al pari di “razza”, è quello di etnia, che, invece, pur avendo, in realtà, una valenza discriminatoria, continua a ottenere una straordinaria fortuna, perfino in ambienti intellettuali, oltre che di destra. Eppure, a decostruire questo pseudo-concetto e a mostrarne la valenza e il significato discriminatori sono comparsi, nel corso del tempo, alcuni volumi scientifici. Il più noto, L’imbroglio etnico (Dedalo, Bari 2012), strutturato per parole-chiave, del quale sono ispiratrice e co-autrice insieme con lo storico René Gallissot e l’antropologo Mondher Kilani, ha conosciuto ben tre edizioni: la prima, in francese...
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Lotte di classe in Francia

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Lotte di classe in Franciadi Maurizio LazzaratoPubblichiamo un articolo di Maurizio Lazzarato sulle mobilitazioni scoppiate in Francia a seguito della riforma del governo Macron sulle pensioni. L’analisi condotta da Lazzarato si muove lungo due direzioni: da un lato ci parla delle forme di espressione conflittuale, nel rapporto con il ciclo di lotte dei Gilet Jaunes, delle potenzialità ricompositive e dei limiti del movimento; dall’altro, ricomprende il ciclo di mobilitazioni nello scenario più ampio di ridefinizione degli equilibri tra le superpotenze a livello mondialeAndiamo subito al cuore del problema: dopo le enormi manifestazioni contro la «riforma» delle pensioni, il presidente Macron decide...
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Considerazioni sulle pensioni italiane

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Considerazioni sulle pensioni italiane  Davanti ai fatti francesi, tedeschi e inglesi le reazioni possono essere molteplici: dal rimpianto per avere, in Italia, il sindacato meno combattivo e più arretrato del vecchio continente fino a reazioni opposte quali la soddisfazione di padroni e tecnocrati di non ritrovarsi tra scioperi e conflitti diffusi.Ma sullo sfondo di un'Europa nella quale divampa il conflitto sindacale qualche riflessione ulteriore andrebbe spesa sulla presunta eccessiva tassazione dei salari, un leit motive che ha rafforzato la contrattazione di secondo livello tra deroghe al CCNL, detassazioni varie e richieste di maggiore produttività e flessibilità della forza lavoro.La prima scelta...
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Intervista a due studenti universitari

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Intervista a due studenti universitaria cura della redazione Pisana di LCIl mondo universitario è cambiato e radicalmente rispetto ad alcuni anni or sono.Dopo anni di flessione delle immatricolazioni il numero degli iscritti è cresciuto. In Italia oggi si contano 30 realtà non statali legalmente riconosciute, delle quali 11 università telematiche, a fronte di un totale di 67 università statali. Gli iscritti complessivi agli atenei non statali italiani sono 176.158 (92.677 donne; 6.100 stranieri), di cui 27.339 immatricolati; 35.627 sono i laureati l’anno (19.837 donne; 1.378 stranieri). Tra gli iscritti alle università private e quelle pubbliche ci sono differenze di censo non indifferenti,...
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Considerazioni sulla guerra in corso da un punto di vista di classe.

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Considerazioni sulla guerra in corso da un punto di vista di classe.Intervento di un compagno della redazione di Lotta Continua all’incontro/confronto del 18 febbraio 1923 su “Guerra imperialista, crisi. Governo Meloni, governo dei padroni. Promosso da: FGC Fronte della gioventù comunista, LUME Laboratorio Universitario Metropolitano, csa Vittoria.Una premessa: non siamo un’organizzazione politica strutturata, ma una redazione di giornale (che lavora sia sulla forma cartacea, sia su quella elettronica sotto forma di blog e di vari altri siti). Il compito che ci siamo dati è quello di essere parte di un movimento di classe e di fungere da cassa di risonanza dello...
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Un altro 15 febbraio di Franco Berardi Bifo

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Venti anni fa, il 15 febbraio del 2003, nelle città di tutto il mondo, da Sydney a Londra a Buenos Aires sfilarono cento milioni di persone (chi ha mai potuto contarle?) per fermare la guerra anglo-americana contro l’Iraq.A Roma si vide la più grande manifestazione da sempre. Il giorno dopo Tony Blair fece lo spiritoso. ”Mi chiedono di ascoltare quello che dice il popolo, scherzò quel lugubre aguzzino, ma il popolo dice tante cose diverse”.La maggioranza della popolazione europea era contraria all’aggressione americana contro il regime di Saddam Hussein, ma anche quella volta i paesi europei si attennero agli ordini della...
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Poveri o operai? Classi sociali e teoria politica

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Poveri o operai? Classi sociali e teoria politica  La guerra civile è la porta stretta attraverso la quale dovrà passare chiunque intenda sbloccare questa situazione. ( Senza tregua, giornale degli operai e dei proletari comunisti) Parole come povero, povertà, emarginazione, disagio sociale ecc., conoscono oggi una fortuna pressoché inaspettata. Classicamente questi aspetti della vita sociale erano deputati a occupare ristretti ambiti della teoria sociale, come per esempio la “sociologia della devianza”, rimanendo sostanzialmente poco più che una nuance della medesima, ma non solo. Nel mondo che ormai da tempo ci siamo lasciati alle spalle, quello che per convenzione siamo soliti chiamare “il...
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Possiamo ancora dirci di sinistra? La sinistra è storicamente il socialismo?

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 Possiamo ancora dirci di sinistra? La sinistra è storicamente il socialismo?Riportiamo alcuni interventi in una discussione che si è svolta sulla Pagina della Redazione Lotta Continua. Il tema ha suscitato molto interesse e centinaia di interventi.PARTE PRIMAPOSSIAMO ANCORA DIRCI “DI SINISTRA?”Vorremmo utilizzare questa pagina per sentire il vostro parere e discutere insieme alcuni temi che ci sembrano importanti nella fase politica che attraversiamo. Senza pretese di grandi elaborazioni teoriche. Partiamo da alcune questioni che riguardano “la sinistra”, altri temi li potete proporre voi. Se inizialmente, nel corso della Rivoluzione Francese, la sinistra corrispondeva a una collocazione fisica negli Stati generali e...
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Chi finanzia le testate nucleari

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Chi finanzia le testate nucleariValentina Neri12 Gennaio 2023Abbiamo finito le armi. Appena un paio di giorni fa, l’affermazione shock del segretario generale della Nato – che ribadiva sostegno illimitato all’eroica resistenza ucraina ma poi spiegava, desolato, ch’era ormai stato raschiato quasi ogni fondo di barile dell’inesauribile santabarbara alleata – deve aver gettato nel panico più d’un ministro della difesa con annesso coro mediatico al seguito. Una tragedia. Il problema è che, con la crisi, per le armi si spende troppo poco. Lo precisava, puntuale, in un’intervista a Radio Rai, non l’insaziabile Guido Crosetto – che lo ripete in modo ossessivo fin...
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Più armi

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Più armiGuido Viale22 Dicembre 2022Un tg non ha avuto dubbi e ha riportato la notizia con un certo entusiasmo: nelle loro letterine a Babbo Natale i bambini ucraini chiederebbero una cosa sola, armi. Di certo il principale investimento in impianti e attrezzature degli Stati, nel Nord come nel Sud del mondo, è da tempo quello in armi. Macchine per uccidere. E dal momento che la guerra oggi viene fatta soprattutto con le macchine, sostiene Guido Viale, la voluta mancanza di alternative si traduce, e non può non tradursi, nella richiesta di sempre più macchine, di sempre più armiIl mercato delle armi...
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Filoponìa, una risposta alternativa alle domande del mondo

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"Filoponìa, una risposta alternativa alle domande del mondo" Intervista di Lotta Continua ad Andrea SurboneQual è stata la spinta che ti ha condotto a lavorare su questa costruzione-progetto (per ora teorica)?La spinta mi proviene dalle esperienze fatte nei miei 60 anni e più; e volendo restringere il più possibile, direi la militanza giovanile in Lotta Continua, ove imparai la dialettica in un Movimento che, quando aderii nel ’76, non era gerarchizzato; favorendo così il confronto interno.A questa esperienza farei seguire gli anni del lavoro in piccole e medie aziende nelle quali, vuoi per rapporti familiari vuoi per amicizia, sono sempre stato...
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L'immoralità a-classista della “questione morale”

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L'immoralità a-classista della “questione morale”La cosiddetta “questione morale” nasce 40 anni fa, dopo il terremoto in Irpina nel 1980. Fu la via di uscita del PCI di Berlinguer dalla politica del Compromesso Storico, dopo la fine dell'alleanza di Governo con la Democrazia Cristiana, per iniziativa della stessa DC. La centralità della questione morale sposta su un altro tema i problemi scottanti del periodo: la crisi del movimento sindacale e le politiche dei sacrifici condivise da Governo e sindacato, la devastazione dello “stato di emergenza” instaurato nella seconda metà degli anni 70, la repressione contro i movimenti degli anni Settanta.Non è un...
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La meritocrazia? È l’ideologia dei gruppi dominanti

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 La meritocrazia? È l’ideologia dei gruppi dominanti Uno dei capisaldi del capitalismo liberaldemocratico è costituito dalla meritocrazia che potremmo definire la ideologia dei gruppi dominanti.Ma dietro alla meritocrazia si celano ben altre questioni, ad esempio una sorta di ideologia che giustifica il potere delle élites, che a loro volta ripropongono il loro modello fatto di alienazione e supina accettazione delle regole imposte dai dominanti. Non saremo così stupidi a pensare che tutti svolgano il loro lavoro con la stessa attenzione e premura, ma la cultura del merito sta diventando una sorta di grande ideologia per giustificare le crescenti disuguaglianze sociali ed...
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I tifosi del nucleare

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Mentre la guerra in Ucraina ostenta un ulteriore inasprimento e prefigura da ambo le parti un  suo prolungamento che un Kissinger preoccupato azzarda a definire “guerra infinita” (v. qui), si incomincia a riflettere su quanto sia energivoro il “capitalismo della sorveglianza”, che sembra tener banco nella la contesa per la supremazia globale (v. Andreas Maln, Come far saltare un oleodotto, ed,Ponte alle Grazie).Siamo al cospetto di un conflitto armato a tutto campo, in allargamento spaziale e temporale e sempre più energivoro, che si pone di fronte ad un passaggio fatale dagli esplosivi inorganici e chimici, già ad altissima densità energetica, verso...
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Dov'è il fascismo oggi?

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Dov’è il fascismo oggi? di Stefano G. Azzarà (Università di Urbino)*PROCESSI DI CONCENTRAZIONE NEOLIBERALE DEL POTERE,STATO D'ECCEZIONE E RICOLONIZZAZIONE DEL MONDO1. Antifascismo degradato a propagandaNon c’è dubbio che in Fratelli d’Italia – il partito di Giorgia Meloni che tutti i sondaggi indicano come vincitore delle prossime elezioni con il 24% circa dei consensi – ci siano forti nostalgie fasciste o fascisteggianti. Diversi suoi esponenti nazionali e locali rappresentano già per la loro biografia la continuità con il MSI, la formazione che dopo la nascita della Repubblica italiana aveva raccolto gli eredi del fascismo sconfitto e che è stato a lungo guidato...
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Parlare di elezioni presuppone...

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Parlare di elezioni politiche presuppone per tanti\e schierarsi a favore di una lista: come redazione di Lotta Continua non intendiamo farlo. A muoverci non è tanto il vecchio anti-elettoralismo della sinistra radicale e antagonista ma l'esperienza degli ultimi decenniA noi pare evidente che queste elezioni vedranno la assai probabile vittoria delle destre, a cui cerca di opporsi (salvo averci governato insieme negli ultimi anni) il Partito Democratico con le consuete stampelle di sinistra, ancorati alla difesa acritica dell'agenda Draghi e supini ai dettami della Ue e ai parametri di Maastricht, nella speranza di sfondare definitivamente nell’immaginario dell’imprenditoria “illuminata” e avulsi dalle...
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Nel mirino: un Uomo e la sua Rivoluzione

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Cara Redazione,

Vi propongo per pubblicazione un saggio intitolato "Tra il Mirino un Uomo e la sua Rivoluzione". 

Questo saggio esplora le politiche e gli atteggiamenti malevoli degli Stati Uniti nei confronti di Fidel Castro e della Rivoluzione Cubana. Esamina gli sforzi dei funzionari statunitensi per uccidere Fidel Castro e punire il popolo cubano. Attraverso documenti del governo degli Stati Uniti formalmente classificati, articoli di giornale e fonti secondarie, questo articolo dimostra perché gli Stati Uniti fossero così determinati nel voler eliminare Castro e destabilizzare la Rivoluzione cubana dopo il 1959. Inoltre, questo lavoro mostra le ragioni, le intenzioni e le motivazioni alla base delle ostilità prolungate verso Cuba da parte degli Stati Uniti.

Inavvertitamente dimostra l'ipocrisia della posizione attuale della NATO nei confronti della Russia.

Allego la versione in Italiano.

Hasta la Victoria Siempre!

Stephen Joseph Scott

 

L'articolo è stato pubblicato in Inglese da Dissident Voice:
https://dissidentvoice.org/2022/04/between-crosshairs-a-man-and-his-revolution/

e da Hampton Institute

https://www.hamptonthink.org/read/between-the-imperialist-crosshairs-a-man-and-his-revolution

 

Nel mirino: un Uomo e la sua Rivoluzione

 

Gli Stati Uniti hanno da sempre, sin dalla propria fondazione, considerato l’annessione dell’isola caraibica di Cuba, come un evento predeterminato; una conclusione prestabilita, ed un inevitabile geografico. Capi di Stato, da Thomas Jefferson a James Monroe a John Quincy Adams, condivisero la convinzione, che la vicinanza di Cuba suggerisse un destino manifesto. Dalla metà del 19° secolo, la posizione degli Stati Uniti nei confronti di Cuba fu resa evidente dall’allora Segretario di Stato John Clayton: “Questo governo”, dicharò, “è risolutamente determinato che l’isola di Cuba non potrà mai essere ceduta dalla Spagna a nessun altro potere che gli Stati Uniti.” Il Segretario poi intimò che l’impegno della sua nazione per il possesso dell’isola è definitivo ed inalterabile: “La notizia della cessione di Cuba a qualsiasi potenza straniera sarebbe, negli Stati Uniti, il segnale istantaneo di guerra”. Queste affermazioni erano ora fondamentali, come ribadito dal senatore (e storico) dell’Indiana Albert J. Beveridge nel 1901, “Cuba è un oggetto di importanza trascendente per gli interessi politici e commerciali della nostra Unione” ed “è indispensabile per la continuità e l’integrità dell’Unione stessa”. Questi sentimenti furono poi codificati nella Costituzione cubana dagli Stati Uniti (dopo la guerra ispano-americana del 1898) nella forma dell’Emendamento Platt ratificato nel 1903. Lo storico Louis A. Perez lo descrive come “Un emendamento che ha deprivato la repubblica cubana delle leggi essenziali necessarie per la sovranità nazionale preservandone però l’aspetto, consentendo l’autogoverno ma precludendo l’autodeterminazione”, tutto questo in opposizione alla visione del patriota cubano José Martí del 19° secolo di un’isola-nazione veramente libera e autogovernante. In effetti, questa prospettiva storica si rivelerà nella strategia impiegata dagli Stati Uniti nei confronti di Cuba per tutto il secolo successivo; fusa in una complessa rete di amichevole approvazione combinata con intimazioni di condanna, risentimento e rovina - il tutto convergendo nella Rivoluzione Cubana del 1959, che non solo sconvolse e sconcertò i politici statunitensi, ma, per la prima volta, sfidò i loro preconcetti storici di dominio egemonico. Al centro del loro smarrimento, critica, disprezzo e risentimento si trovò un uomo: Fidel Alejandro Castro Ruz. Pertanto, la politica statunitense diretta a Cuba, all’inizio degli anni ‘60, fu finalizzata per punire non soltanto l’uomo, ma la nazione cubana, e la sua gente, per la sua disobbedienza e sfida; e, come tale, fu mirata intenzionalmente a destabilizzare tutti gli sforzi di riavvicinamento, fino a quando Castro rimanesse in vita.                Sebbene l’intelligence statunitense durante gli anni ‘50 ebbe fornito all’amministrazione di Eisenhower resoconti dettagliati sui i pericoli posti dall’instabilità politica sull’isola, gli Stati Uniti continuarono a fornire sostegno economico, logistico e materiale alla dittatura impopolare comandata dal despota militare e “uomo forte” Fulgencio Batista (che era ritornato al potere tramite un colpo di stato militare nel 1952). L’intelligence statunitense comprese il potenziale pericolo rappresentato dal “giovane leader riformista” Fidel Castro e dalla sua banda di rivoluzionari. Castro e il movimento del 26 luglio furono la risposta ad un governo reazionario controllato dall’estero. Questa risposta rappresentava una minaccia diretta all’ordine naturale delle cose, vale a dire, la storica proibizione da parte degli Stati Uniti della richiesta di sovranità nazionale e autodeterminazione del popolo cubano. Gli Stati Uniti erano convinti che il popolo cubano, come la maggior parte degli stati latinoamericani, fosse “come un bambino”, incapace di autogovernarsi. Oltre a ciò, dopo la cacciata di Batista, e con l’animo vittorioso, un giovane Fidel Castro, il 2 gennaio 1959 (a Santiago de Cuba), lanciò apertamente la sfida, “questa volta, fortunatamente per Cuba, la rivoluzione non sarà abbattuta. Non sarà come nel 1895, quando gli americani arrivarono all’ultima ora e si fecero padroni del paese”. Quindi, come dimostra lo storico Jeffery J. Safford, questo rischio esistenziale, nella mente dei politici statunitensi, doveva essere affrontato, valutato e analizzato (almeno inizialmente) al fine di mantenere il risultato desiderato, ovvero eludere l’influenza comunista e mantenere la “stabilità” economica attraverso la protezione degli interessi degli Stati Uniti sull’isola di Cuba, indipendentemente dal costo.                Nel marzo del 1960, sottovalutando il successo e il sostegno per Castro sull’isola, Noam Chomsky rivela che “l’amministrazione di Eisenhower decise segretamente e formalmente di riconquistare Cuba... ma con una riserva: il tutto doveva essere fatto in modo tale che la mano degli Stati Uniti non fosse evidente”. In definitiva, i politici statunitensi volevano evitare un più ampio “contraccolpo di instabilità” in tutto l’emisfero invadendo apertamente la piccola nazione cubana. Detto questo, Castro e i suoi rivoluzionari compresero la cruda realtà e le nefaste possibilità che si insinuavano su di loro, data la storia di cambio di regime promossa dagli Stati Uniti in tutta la regione. Le accuse di Castro presentate alle Nazioni Unite, il 26 settembre 1960, in cui dichiarava che i leader statunitensi si stavano preparando ad invadere Cuba, furono respinte dal New York Times come “stralci di... propaganda antiamericana”. Inoltre, Castro fu deriso, dal rappresentante del congresso degli Stati Uniti James J. Wadsworth, per avere “fantasie di invasione da Alice nel Paese delle Meraviglie”. Ma Castro e i rivoluzionari cubani  sapevano bene come nota Aviva Chomsky che in Guatemala nel 1954 Ernesto “Che” Guevara fu testimone del primo intervento statunitense della Guerra Fredda nella regione quando le forze controrivoluzionarie addestrate e sostenute dagli Stati Uniti rovesciarono il governo democraticamente eletto di Jacobo Arbenz. In effetti, allo stesso modo, l’imminente assalto orchestrato dalla Central Intelligence Agency (CIA), noto come invasione della Baia dei Porci (BDP), sotto l’amministrazione Kennedy nell’aprile 1961, dipendeva fortemente da fazioni antirivoluzionarie, il popolo cubano, e l’esercito, insorto per unirsi agli invasori – cosa che, come la storia dimostra, e il giornalista David Talbot sottolinea, non avvenne. In fatti, Talbot spiega che per evitare il destino di Arbenz, Castro e Guevara fecero tutto quello che Arbenz non aveva fatto: mettere contro un muro i criminali del vecchio regime, cacciare gli agenti della CIA fuori dal paese, epurare le forze armate e mobilitare il popolo cubano... Fidel e Che divennero un’audace minaccia per l’impero americano. Rappresentavano l’idea rivoluzionaria più pericolosa di tutte, quella che rifiutava di essere schiacciata. Questa divenne un’epica battaglia ideologica nella mente miope dei funzionari statunitensi: la possibile proliferazione di un assortimento di feudi “dispotici” controllati da comunisti contro il mondo libero! In effetti, Arthur Schlesinger, Jr., assistente speciale e storico del presidente John F. Kennedy nel 1961-63, avvertì l’Esecutivo che l’idea di Castro di prendere la situazione nelle proprie mani, avesse grande sostegno non soltanto a Cuba ma in tutta l’America Latina, cioè ovunque dove la distribuzione della terra e altre forme di ricchezza nazionale erano in mano alle classi possidenti.  Ora i poveri e i disagiati, stimolati dall’esempio della rivoluzione cubana, domanderanno, nei loro paesi, una vita dignitosa. Questa era la minaccia fondamentale che Fidel Castro e il suo movimento ponevano al dominio egemonico statunitense.                I media statunitensi si concetrarono principalmente sulla difficile situazione degli esiliati cubani della classe media che scelsero di lasciare l’isola a causa delle politiche redistributive della rivoluzione. Gli esiliati cubani, in particolare le ondate iniziali, furono espropriati di ricchezze e posizioni sostanziali e spesso arrivarono negli Stati Uniti in condizioni pessime. Ma la domanda essenziale sul perché la maggioranza del popolo cubano fosse a sostegno della “dittatura”, come suggerisce lo storico Michael Parenti, fu ignorata sia dai funzionari pubblici americani che dalla stampa: Non una parola apparse sulla stampa statunitense sui progressi fatti dai cubani durante la Rivoluzione, i milioni che per la prima volta ebbero accesso a istruzione, alfabetizzazione, cure mediche, alloggi dignitosi e posti di lavoro.... Una vita sostanzialmente migliore rispetto a quella offerta dal “libero” mercato del regime di Batista sostenuto dagli Stati Uniti. Gli ideali rivoluzionari di Castro, basati sulla sovranità nazionale e l’autodeterminazione immaginate da José Martí ed uniti all’ideologia socialista della redistribuzione della ricchezza, armarono il popolo cubano con una formula che combinava riforma agraria e servizi sociali (cioè, istruzione, assistenza sanitaria, lavoro e alloggi) e che includeva la nazionalizzazione delle imprese di proprietà straniera; in quanto tale, i politici statunitensi si convinsero come rivela un rapporto dei servizi segreti che “La continua presenza di Castro come simbolo efficace del ‘comunismo’ e dell’antiamericanismo costituisce una vera minaccia in grado di poter influenzare il rovesciamento di governi eletti in una o più repubbliche latinoamericane.” Fidel Castro fu quindi messo nel mirino dell’azione segreta degli Stati Uniti. 

I funzionari americani ritenevano che l’eliminazione di Castro fosse essenziale al fine di  sopprimere i suoi principi socialisti, come dimostra lo storico Alan McPherson: “Nell’autunno del 1961, dopo il disastro di BDP, JFK diede l’ordine di riprendere i piani segreti per sbarazzarsi di Castro , se non esplicitamente per assassinarlo”. All’inizio del 1960, l’allora direttore della CIA, Allen Dulles, secondo cui Castro era un devoto comunista e una minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti, i cui sentimenti rispecchiavano quelli del mondo degli affari rappresentati da William Pawley, l’imprenditore milionario, i cui importanti investimenti nelle piantagioni di zucchero cubane e nel sistema di trasporto municipale dell’Avana furono spazzati via dalla rivoluzione cubana. Così, i funzionari, lo Stato di sicurezza e gli interessi economici statunitensi si unificarono. Infatti, dopo l’arrivo di Fidel all’Avana su un carro armato nel gennaio 1959, Pawley, rampollo capitalista, fu preso da quello che Eisenhower definì un “odio patologico per Castro”, si offrì persino di pagare per il suo assassinio. Seguirono innumerevoli tentativi, quindi, l’uccisione di Castro divenne vitale per l’idea della “stabilità” emisferica degli Stati Uniti, cioè il controllo economico e ideologico capitalista; e in quanto tale, i servizi di intelligence credevano che la vulnerabilità politica del regime risiedesse nella persona di Castro stesso. Quindi, l’epurazione di Fidel Castro e la cessazione delle sue idee, attraverso la punizione del popolo cubano, divennero non solo la strategia d’elezione per gli USA, ma la loro dottrina autorevole. Di conseguenza, come verifica Wayne Smith, diplomatico statunitense di lunga data a Cuba, le due preoccupazioni principali degli Stati Uniti per le quali era necessario lo sradicamento di Fidel Castro erano: 1) l’influenza a lungo termine dei suoi ideali socialisti rivoluzionari in America Latina e oltre; e 2) la possibile istituzione di uno stato comunista di successo sull’isola che diminuirebbe la sicurezza, la statura, l’immagine, l’influenza e il prestigio degli Stati Uniti nell’emisfero; e, agli occhi del mondo.

Durante gli anni 1960-64, Castro ebbe buone ragioni per stare in guardia, come William Blum attesta “... il fatto che l’amministrazione Kennedy fosse profondamente imbarazzata dalla sconfitta ai BDP - anzi proprio per questo - una campagna di attacchi su scala ridotta contro Cuba fu avviata quasi immediatamente”. Quindi il procuratore generale Robert F. Kennedy dichiarò inequivocabilmente, come rivela Schlesinger, che il suo obiettivo “era quello di portare il terrore a Cuba”. RFK  proseguì sottolineando che l’eradicazione del “regime” di Castro era la principale preoccupazione politica degli Stati Uniti, informato la CIA che il problema cubano avesse, “... priorità assoluta nel governo degli Stati Uniti -tutto il resto è secondario- nè tempo, o sforzi devono essere risparmiati.” Oltre alle molteplici azioni segrete dirette a Cuba nell’ambito dell’operazione Mongoose, RFK e i capi di stato maggiore congiunti degli Stati Uniti, aiutati dalla CIA, implementarono un multi-piano di punizione articolato, incentrato su Cuba attraverso l’America Latina, che includeva campagne di disinformazione, sovversione e sabotaggio (chiamate politiche di difesa emisferica) che comprendeva un Programma di assistenza militare (MAP), che includeva supporto economico, addestramento tattico sovversivo e materiale, ideato per porre fine alla “minaccia” (cioè, Castro e le sue idee) istituendo una forza di sicurezza interamericana (di stati obbedienti) sotto il controllo degli Stati Uniti.

Con Cuba ormai nel mirino, all’inizio degli anni ‘60, lo storico Alan McPherson chiarisce che la CIA in quegli anni operò in sostegno degli emigrati anti-castristi, costruendo un’enorme stazione di addestramento a Miami, nota come JMWave, la seconda più grande dell’agenzia dopo Langley, in Virginia. In effetti, lì coordinò l’addestramento per l’invasione di Cuba del 1961 che fu poi un noto disastro. Al contrario, Daniel A. Sjursen, ufficiale dell’esercito americano in pensione, si concentra più su JFK (che sulla CIA) come colpevole dietro le crescenti tensioni tra i tre protagonisti principali. Nel 1962, con Cuba al centro, entrambe le superpotenze (gli Stati Uniti e l’URSS) si erano trovate in mezzo alla possibilità molto reale di una conflagrazione globale che, come afferma Sjursen, era principalmente dovuta alla arroganza di un “ossessionato” giovane presidente. Infatti, in preparazione per un incontro al vertice del maggio 1961 con Krusciov, Kennedy dichiarò “Dovrò mostrargli che possiamo essere duri come lui”. Sjursen sostiene che ogni decisione di Kennedy riguardante gli affari internazionali tra il 1961 ed il 1963 fu basata su un’interpretazione semplicistica ed imperfetta dei fatti e che, come conseguenza, portò il mondo sull’orlo della distruzione con la crisi dei missili cubani; e risucchiò l’esercito americano in una disastrosa guerra in Vietnam. Eppure, come sostiene Smith, Kennedy non era certo privo di arroganza, ma alla fine tentò di “disinnescare” la situazione. Kennedy, rivela Smith, fece certamente nemici all’interno dello Stato di sicurezza per, 1) il suo desiderio di porre fine alla Guerra Fredda, 2) il suo inizio di un riavvicinamento con Castro (il quale lo desiderava, anche se indirettamente) e, 3) il suo obiettivo di ritirarsi dal Vietnam. In effetti, con i negoziati Kennedy-Krusciov finalizzati dalla promessa di JFK di non invadere Cuba se le testate sovietiche fossero state rimosse dall’isola - Krusciov acconsentì, con sgomento di Castro, ma le tensioni diminuirono.

Comunque sia, sostiene Philip Brenner, professore emerito scuola dei servizi internazionali, la crisi non finì il 28 ottobre 1962 né per gli Stati Uniti né per l’URSS. Gli accordi Kennedy-Krusciov dovevano essere attuati. Il 20 novembre, lo Strategic Air Command degli Stati Uniti era ancora in allerta: piena disponibilità alla guerra - con la quarantena navale (cioè il blocco) saldamente in atto. Di conseguenza, Castro rimase aperto ai negoziati con gli Stati Uniti, ma allo stesso tempo cauto. Secondo l’autore James W. Douglass a questo punto Castro, come Kennedy e Krusciov, stava aggirando il proprio governo più bellicoso per dialogare con il nemico. Anche Castro stava lottando, ma intenzionato a trascendere la sua ideologia della Guerra Fredda per amore della pace. Come entrambi Kennedy e Krusciov, sapeva di dover camminare cautamente. Tuttavia, Castro sottolineò il fatto che l’Unione Sovietica non aveva il diritto di negoziare con gli Stati Uniti per le ispezioni o il ritorno dei bombardieri, Ma, annunciò che Cuba sarebbe stata disposta a conformarsi sulla base di specifiche richieste: che gli Stati Uniti ponessero fine all’embargo economico; terminassero le attività sovversive e cessassero le violazioni dello spazio aereo cubano; e ritornassero a Cuba la base navale di Guantanamo. Naturalmente, l’apparato di sicurezza degli Stati Uniti fu fermo nel suo rifiuto di concordare o addirittura negoziare la questione.

Nonostante ciò, un riavvicinamento (ideato dal diplomatico di Kennedy, William Attwood e dal rappresentante di Castro all’ONU Carlos Lechuga) fu tentato di nascosto attraverso un collegamento, il giornalista Jean Daniel del New Republic, il quale affermò che Kennedy, retrospettivamente, avesse criticato le politiche pro-Batista degli anni Cinquanta per “colonizzazione economica, umiliazione e sfruttamento” dell’isola e aggiunse che “pagheremo per quei peccati…”. Che può essere considerata una delle dichiarazioni più sfacciatamente oneste, riguardante Cuba, a nome di un presidente americano, nella lunga e complessa storia delle relazioni USA/Cuba. Daniel poi scrisse: “Potevo vedere chiaramente che John Kennedy avesse dei dubbi sulle politiche del governo nei confronti di Cuba e stava cercando una via d’uscita”. Nonostante la retorica combattiva di JFK diretta a Cuba, durante la sua campagna presidenziale del 1960, Castro rimase aperto e accomodante, capì le forze schierate sul presidente, infatti, vide la posizione di Kennedy come non invidiabile: “Non credo che un presidente degli Stati Uniti sia mai veramente libero... e credo anche che ora capisca fino a che punto è stato fuorviato. ...So che per Krusciov, Kennedy è un uomo con cui si può parlare....”

Nel bel mezzo di un incontro clandestino (organizzato da Attwood e sanzionato da Kennedy) con Castro, Daniel riferì che (alle 14:00 ora cubana) arrivò la notizia che JFK era morto (ucciso a colpi di arma da fuoco a Dallas, in Texas, lo stesso giorno, 22 Novembre 1963, alle 12:30), “Castro si alzò, mi guardò sgomento e disse ‘Tutto cambierà...’” ed ebbe ragione. Di conseguenza, con il nuovo presidente  Lyndon Baines Johnson consapevole del fatto che Lee Harvey Oswald era stato “proclamato” un devoto di Castro, un accordo con il governo cubano sarebbe stato molto più difficile. In quanto tale, il collegamento Attwood-Lechuga fu interrotto. Julian Borger, giornalista del Guardian, sostiene che “Castro vide l’omicidio di Kennedy come una battuta d’arresto, cercò di riavviare un dialogo con la nuova amministrazione, ma LBJ era ... troppo preoccupato di apparire debole nei confronti del comunismo”, i sondaggi d’opinione , e le loro conseguenze, prevalsero sul mantenere aperti i canali di comunicazione con il governo cubano. Il che ci induce a pensare che le relazioni con Cuba avrebbero potuto essere diverse se JFK non fosse stato assassinato.

Con l’amministrazione Johnson impantanata in una “guerra impossibile da vincere” nel sud-est asiatico e le battaglie per i diritti civili che stavano avendo luogo nelle strade degli Stati Uniti, Cuba e la sua rivoluzione persero l’attenzione. Nel 1964, l’amministrazione Johnson, preoccupata per l’opinione pubblica, come accennato, intraprese un’azione rapida e immediata per fermare il terrore deliberato perpetrato sul popolo cubano. LBJ, nell’aprile di quell’anno, chiese la cessazione degli attacchi di sabotaggio. Johnson ammise apertamente che “gli Stati Uniti avevamo operato un’impresa di omicidi (Murder Inc.) nei Caraibi”. Tuttavia, l’apparato di sicurezza nazionale (cioè la CIA, i capi congiunti e l’intelligence militare) insieme ai politici statunitensi (e con sede negli Stati Uniti gruppi in esilio cubani), rimasero ostinati, fermi e coerenti nel loro obiettivo: punire (se non uccidere) Fidel Castro e la sua rivoluzione, mantenendo un programma punitivo di strangolamento economico con la speranza che Castro divenisse, non solo isolato sulla scena mondiale , ma condannato dal suo stesso popolo che si sarebbe sollevato e avrebbe sradicato l’uomo e il suo regime socialista – cosa che come sappiamo non avvenne. Naturalmente, la cessazione della direttiva sulle ostilità ordinata da Johnson non includeva l’ostilità economica, che persistette per tutti gli anni ‘60 e oltre. In effetti, un agente operativo della CIA incaricato delle operazioni anti-Castro descrisse con precisione gli obiettivi sadici dell’agenzia espressi attraverso l’autore John Marks, spiegando: “I funzionari dell’agenzia credevano, ... che sarebbe stato più facile rovesciare Castro se i cubani fossero scontenti del loro tenore di vita, così che ‘Volevamo tenere il pane fuori dai negozi in modo che la gente avesse fame... Volevamo mantenere in vigore il razionamento...’”

Lo scopo del blocco economico rimase fissato dall’inizio degli anni ‘60 in poi: contenere, diffamare, screditare e distruggere Castro e la sua sperimentazione con, quelli che gli Stati Uniti consideravano, ideali comunisti sovversivi.

Infine, la posizione bellicosa degli Stati Uniti nei confronti di questa piccola nazione insulare si riaccese alla fine degli anni ‘60, non solo con una stretta economica, ma anche con operazioni di sabotaggio in piena regola. I primi atti del 37° presidente degli Stati Uniti, Richard M. Nixon in carica nel 1969 furono di dirigere la CIA ad intensificare le operazioni segrete contro Cuba. Nixon e il suo allora consigliere per la sicurezza nazionale, Henry Kissinger, credevano che l’aggressione militare, la violenza, la brutalità e l’intimidazione (unite a feroci sanzioni economiche) fossero la risposta necessaria per risolvere i problemi esteri. La politica degli Stati Uniti nei confronti di Cuba per più di sessant’anni evoca una famosa frase spesso attribuita ad Albert Einstein: “La follia è fare sempre la stessa cosa, ma aspettarsi un risultato diverso”. Quindi, Cuba socialista fu la conseguenza di una politica estera imperialista da parte degli Stati Uniti lunga e persistente: se gli Stati Uniti non avessero ostacolato la spinta di Cuba per la sovranità nazionale e l’auto-determinazione nella prima parte del 20° secolo; se non avessero sostenuto una sequenza di despoti tirannici sull’isola; e, se non fossero stati complici e sostenitori della manipolazione delle elezioni del 1952, un personaggio inestirpabile come il giovane riformista e socialista, Fidel Castro forse non si sarebbe mai materializzato. Alla fine, l’assurdo stratagemma statunitense riguardante l’assassinio e il soffocamento di Castro e della sua rivoluzione socialista è fallito, non solo attraverso il rafforzamento dell’immagine di Fidel sull’isola, ma anche all’estero. Ironia della sorte, gli Stati Uniti hanno contribuito a creare il proprio esempio di resistenza e opposizione, nell’immagine di Fidel Castro, Che Guevara e del popolo cubano, ovvero la rivoluzione - due uomini e una piccola nazione insulare che si oppose agli Stati Uniti e all’ordine capitalista globale e che non cedette mai alle pressioni imperialiste. Gli Stati Uniti ebbero paura non solo della sfida che la Rivoluzione del 1959 poneva al potere di classe, alla colonializzazione; ma anche della sua popolarità tra le genti del mondo - quindi, Cuba ed il suo esempio dovevano essere abbattuti con la forza attraverso politiche di embarghi commerciali, insieme alle minacce di violenza e isolamento ideologico. In effetti, la rivoluzione cubana si oppose con coraggio e tenacia agli Stati Uniti, resistendo specifici espedienti e progetti di dominio e sfruttamento economico e politico, per cui Fidel Castro e la rivoluzione cubana furono ritenuti minacciosamente, insidiosamente e interminabilmente responsabili...

By Stephen Joseph Scott

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