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«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente»

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G8 a Genova, luglio 2001 di Francesco Giordano

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In quei giorni non avevo nessuna intenzione di andarci a Genova, non mi piaceva il clima “pacifista” che si era creato, non mi ispirava quella protesta per me senza capo né coda. E se devo dirla tutta non mi piacevano le “tute bianche” e nemmeno gli intellettualini che spintonavano per avere qualche visibilità.

Nessuna voglia di andare a Genova in quei giorni.

Nessuna voglia di andarci, ma gli aggiornamenti su quanto stava succedendo in quella città e della morte di Carlo le sentivamo per Radio, o attraverso qualche compagno che era già partito e non era possibile restare inerti.

Era il 20 di luglio del 2001 e le notizie di aggressioni assolutamente gratuite da parte della polizia e di chi più ne ha più ne metta, ci spinsero a partire per Genova.

Come detto non mi piacevano i Farina, i Casarini, ma si stava consumando un crimine e volevo, volevamo, esserci per esprimere la nostra indignazione, per dire che erano dei torturatori criminali fascisti.

Non ricordo tutto bene come avvenne, ma dopo qualche ora ci ritrovammo su una macchina in quattro sull’autostrada per Genova.

Quei poco più di 120 chilometri trascorsero praticamente in silenzio, tranne qualche telefonata a compagni che si trovavano già a Genova o altri che vi si stavano recando.

Arrivammo e posteggiammo la macchina fuori dal centro per essere più agevoli nel ritornare indietro la stessa sera o il giorno dopo.

Attraverso telefonate cercammo di individuare in quale punto si trovava il corteo e ci avviammo per raggiungerlo.

Prima di continuare credo sia utile una precisazione: non sono uno che non ha vissuto esperienze traumatiche: sono stato arrestato dai carabinieri, torturato tenuto in isolamento per 38 giorni, ancora picchiato e minacciato, questo dato può aiutare a comprendere quello che sto per dire, non so se le parole possono descrivere quanto intimamente ho vissuto, le scene viste e respirate, molto più che subite.

Arrivammo nei pressi del corteo e stavamo cercando di trovare una collocazione momentanea in attesa di cercare, contattare persone che conoscevamo.

Ma non ci diedero il tempo perché all’improvviso sono cominciate le cariche bestiali contro chiunque si trovasse di fronte o nei paraggi, non solo una gigantesca caccia all’uomo-donna-bambino, ma un fare tabula rasa verso chiunque respirasse, verso chiunque si trovasse in strada.

Quelle odiose divise le trovammo a poche decine di metri e cercammo di scappare, di trovare un rifugio ma non sapevamo in quale direzione andare e non sapevamo a chi chiedere aiuto, le porte, finestre erano sprangate e comunque correvamo senza nemmeno guardare dato che i poliziotti erano sempre vicini.

Ricordo che passavamo da alcune vie che pareva non ci fosse nessuno e di colpo spuntavano armati di bastoni, manganelli, fucili e pistole.

Le camionette, i gipponi, le sirene erano presenti in ogni strada o carrùggi, anche quando non c’erano perché oramai la loro violenza, la loro turpe presenza aveva occupato tutte le strade, tutta l’aria.

E l’aria? Cosa era diventata l’aria? Si era trasformata in gas cs lanciato dalla polizia.

Il gas cs (orto-clorobenziliden-malononitrile), vietato perché può essere letale.

Le scene che abbiamo visto erano terrificanti, botte e chiunque incontravano, calci, pugni e sputi, manganellate senza guardare dove colpivano, urla, insulti e tanta-tanta rabbia. Erano automi drogati, legittimati, preparati a picchiare, si capiva che avevano carta bianca…dove passavano lasciavano sangue ed ossa e teste rotte.

I fascisti, diretti eredi del ventennio, presenti nella camera di regia avevano svolto bene il loro lavoro.

In poco tempo quanto avveniva aveva creato un clima di puro terrore, l’aria era irrespirabile, la paura si attaccava addosso insieme alla disperazione di non sapere dove andare, la certezza che da lì a poco toccava a noi cadere nelle loro mani feroci.

E fu veramente così, per l’ennesima volta ci rubarono l’innocenza, i vent’anni a venire lo dimostrarono abbondantemente.

Francesco Giordano

 

Che le rievocazioni non servano a dimenticare l'es...
Da Cosenza a Genova andata e ritorno. L’inchi...

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