"Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente." (K. Marx)

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CORREVO PENSANDO AD ANNA. Una storia degli anni 70.

CORREVO PENSANDO AD ANNA. Una storia degli anni 70.

RECENSIONE di Nicola Abatangelo al libro di Pasquale Abatangelo

Correvo pensando ad Anna

Una storia degli anni settanta

 

                                                                                        La storia è il risultato dell'azione delle condizioni sociali

                                                                                                                    sull'uomo e dell'azione dell'uomo sulle condizioni sociali

                                                                

                                                                                                                      Karl Marx e Friedrich Engels

                                                                                                                      Su Ĺ'Ideologia Tedesca

 

 

 

Il libro "Correvo pensando ad Anna" di Pasquale, ripercorrendo l'intero arco personale della sua vita in stretta connessione dialettica con gli anni '70 è, allo stesso tempo, un libro autobiografico e un testo di Storia Collettiva di quegli anni.  Storia collettiva narrata da lui stesso, in prima persona, come protagonista attivo di quell’evento storico di “Attacco al cielo”.

È un libro scritto "Con il sangue agli occhi“ ed ha la stessa impronta di classe rivoluzionaria dell'omonimo libro di George Jackson e dei “Dannati della terra” di Frantz Fanon. Ed è con questa chiave di lettura che l'ho letto, e va letto, se ci si vuole calare nella dimensione politico-sociale di quegli anni. Di come Pasquale lì ha vissuti a livello politico, collettivo e personale. Una vita vissuta come un vero e proprio campo di battaglia, dove si lottava per sopravvivere e non soccombere alle sferzate del nemico. Dove i colpi inferti, dati e ricevuti, non avevano limiti e confini di sorta. Era una battaglia continua contro  le condizioni di vita al limite della sopportazione, che il sistema di potere borghese riservava e tuttora riserva a tutti i profughi; come lo eravamo noi in quanto figli di profughi italiani espulsi dalla Grecia, a seguito della guerra di occupazione dell'Italia mussoliniana e fascista nei confronti di quella nazione. Ed è proprio per gli orrori e i massacri nazi fascisti compiuti dalla “nostra patria” di origine che io e Pasquale iniziamo le nostre vite in una vera e propria anticamera del carcere, come l’ex caserma dei carabinieri di Via della Scala 68, dove noi siamo nati e vissuti, rispettivamente fino a 10 e 6 anni e mezzo. Una Caserma vera, con tanto di  muro di cinta, garitta e carabinieri di guardia, manco fossimo i peggiori criminali, adibita per l'occasione ad ospitare gli italiani profughi dalla Grecia.

Nel 1957, bontà sua, forse memore dei torti che abbiamo subito, il governo italiano decise di darci delle piccole nuove case popolari. Minime, ma pur sempre delle case, che proprio nulla avevano a che vedere con la caserma, da cui provenivamo. Non avevamo avuto né modo né tempo per gioire perché la morte improvvisa di nostro padre, avvenuta quasi subito,  spalancò a Pasquale le porte per  Montedomini, luogo per ex condannati a morte e successivamente ospizio per dannati della terra e malati terminali. In quanto a me, essendo io più grande di Pasquale, mi trovavo già là da qualche anno, fin dall’età di sette anni, non potendo i nostri genitori mantenere entrambi. E prima di allora, sin dalla tenera età  di quattro-cinque anni mi trovavo in un’altra collegio: a San Giuseppe di Varlungo, tra monache ladre e picchiatrici.

Considerando il suo terribile passato per ex condannati a morte, non è del tutto casuale che Montedomini fosse situato proprio a due passi dal carcere delle Murate, divenuto oggi luogo di cult.

Il nostro passaggio dal collegio al carcere non è stato del tutto casuale: era statisticamente prevedibile, anche se il nostro  primo impatto con il carcere lo dobbiamo alle false accuse dei carabinieri, che ci incolparono di un inesistente “oltraggio e resistenza a pubblici ufficiali”.

Eravamo nel Dicembre del 1966, a poco più un mese dall'alluvione del 4 Novembre dello stesso anno. Le carceri di Firenze, come la gran parte della città erano ancora devastate dall'alluvione. Ed è in questa situazione surreale che, da incensurati considerati “ragazzi per bene”, ci apprestammo ad entrare per la prima volta in un carcere vero e proprio, dopo essere da poco usciti dal collegio di Montedomini. Io fui sbattuto alle Murate, mentre Pasquale, avendo appena 16 anni, al carcere minorile di Bologna, tra mini bulli e bulletti.

Questa grande ingiustizia cambiò  radicalmente la nostra vita, trasformandoci da docili agnellini in ribelli. Così, dopo aver perso la fede nella religione a causa di un prete pedofilo e monache ladre e picchiatrici, perdemmo la fede anche nello Stato e nelle sue istituzioni.

Il passaggio da ribelli contro questo stato di cose a rivoluzionari avvenne a seguito delle grandi lotte, partite dai grandi carceri giudiziari del Nord ed estese  in tutte le carceri italiane. Da quelle lotte nacque il movimento dei proletari prigionieri, grazie anche al contributo dei militanti della sinistra rivoluzionaria entrati in carcere per le manifestazioni di piazza, ma anche e soprattutto grazie ai primi militanti imprigionati delle organizzazioni combattenti.

Quelle lotte ci  portarono  poi a far conoscenza anche delle carceri speciali, inaugurate nel 1977 per far fronte all'antagonismo sociale e a quello del movimento dei proletari prigionieri.  

Nel corso di quelle battaglie, che all'inizio combattevamo come ribelli e proletari extralegali, per sopravvivere ed emergere da tale situazione, crebbe via via che la lotta proseguiva , in un continuo crescendo, anche la coscienza di classe del nostro Io Collettivo. Cosi, per noi e per tanti altri proletari, la lotta per la sopravvivenza, divenne lotta di classe contro il sistema borghese per il superamento della società divisa in classi e delle stesse classi.

In quanto proletari dediti al lavoro salariato e allo stesso tempo proletari extralegali dediti a comportamenti extralegali, la nostra lotta assumeva un duplice carattere:

_ Lotta per la negazione e il superamento del lavoro salariato, di forza- lavoro quale capitale variabile in funzione della produzione e riproduzione di capitale e del suo processo di accumulazione e valorizzazione.

_ E lotta per la negazione e il superamento del ruolo di “sottoproletari”, di “feccia della società”, che il sistema borghese, ci assegnava in funzione della produzione e riproduzione del suo sistema di diritto borghese fatto di leggi, norme, tribunali, carceri, manicomi, magistrati, carcerieri, e via via di seguito, fino alla produzione e riproduzione di tutto il sistema.

In entrambi i casi era lotta contro il capitale e la produzione e riproduzione del rapporto borghese. Ed è proprio tramite queste lotte, e l'accresciuta coscienza di classe che esse hanno determinato, che si è concretizzato il nostro passaggio da ribelli a comunisti. Prima, attraverso la militanza nei Nap, e poi nelle Brigate Rosse, che hanno dato un contributo decisivo alla battaglia per la chiusura dell'Asinara con la campagna D'Urso, a conclusione delle durissime battaglie nei carceri speciali dell'Asinara, Nuoro e Trani.

Se è vero che le stragi di Stato nelle carceri di Alessandria e Firenze, che le carceri speciali, l'articolo 90, i braccetti, il 41 bis, (che è TORTURA NELLA TORTURA), il 14 bis, le leggi sui pentiti, sulla dissociazione, la Gozzini e la tortura stessa, sono state fatte nel nome della differenziazione, per dividere e contenere lo stato di emergenza che si era istituito in tutto il paese e in particolar modo nelle carceri, è altrettanto vero che è grazie a queste stesse lotte che è stata chiusa l’Asinara, che si può uscire dal carcere anche prima del “fine-pena” e che le Murate da carcere della strage e delle manganellate per un non nulla, si sono trasformate in un luogo di cult.

Il libro di Pasquale potrebbe essere letto anche come un romanzo di avventura, o un giallo, o un “trilling”, se non altro per la trama “mozzafiato” e gli effetti di tensione che producono in certi momenti queste pagine. Pare una fiction, ma si tratta di una storia stramaledettamente vera, riconosciuta per i contenuti e per come è scritta, da tutti i compagni interpellati. E un libro scritto con rigore scientifico  e onestà intellettuale, con coerenza e generosità,  con coraggio e spirito autocritico, senza concedersi alcuno sconto. Ed è scritto secondo quelle che erano le idee, i progetti, gli umori, le sensazioni e le tensioni di allora, momento per momento, senza far ricorso al senno del poi. Una scelta davvero molto coraggiosa perché così non può prestarsi a riletture di comodo, secondo circostanze e stagioni del momento. É un libro, molto diretto, scritto con linguaggio crudo, asciutto e senza peli sulla lingua, così com’è il carattere dell'autore. Un linguaggio che riflette una vita vissuta duramente e in modo spericolato, ma che in realtà, per chi Pasquale lo conosce direttamente, sa quanto sia grande la sua umanità, sensibilità e generosità. Lo s’intravede perfettamente quando parla della sua compagna di vita, Anna, cui ha riservato il titolo del libro. O quando cita suoi figli Marco e Andrea. E questo non lo si nota solo quando parla dell'ambito familiare, ma anche nella politica, durante le lotte e nelle battaglie politiche, dove la sua grande generosità lo spinge ad esporsi sempre in prima persona e ad assumersi responsabilità, spesso anche non sue, pur di aiutare i compagni in difficoltà.

Il suo libro è una specie di miniera d'oro vero e propria, un surrogato di sapere e potere proletario, per quel che riguarda la memoria storica degli anni settanta.

Certo oggi le condizioni sono completamente diverse, per cui non si può prendere a modello quella realtà, peraltro ormai già nota al potere, per cui si finirebbe, nostro malgrado, per fare i suoi interessi.

Così come in economia il capitale morto (le macchine) sussume sotto di sé il lavoro vivo della forza-lavoro rendendola superflua, nella politica la controrivoluzione tende a sussumere sotto di sé tutto ciò che è prodotto nel processo rivoluzionario per ritorcerlo contro il movimento rivoluzionario e il proletariato. Per questo il movimento rivoluzionario deve sapersi continuamente reinventare, sia nei contenuti che nelle forme. Per cui niente modelli e modellini che valgano per tutte le stagioni.

Questo non significa certo che bisogna gettare anche “il bambino” oltre che “l'acqua sporca”. Al contrario, le esperienze del passato, ai fini della memoria storica, sono molto importanti perché costituiscono comunque un patrimonio storico di grande importanza, altrimenti saremmo costretti a partire sempre da zero.

Per finire, per la carica di tensione, di odio e rabbia di classe che questo libro contiene, assomiglia molto a quelle macchinette di caffe caricate di esplosivo e scagliate contro la sbirraglia, come avveniva nella famosa battaglia del 2 Ottobre 1979 all'Asinara, durante i furiosi attacchi armati delle guardie inferocite, munite oltre che delle armi, anche di picconi, vanghe mazze e quant'altro contro i prigionieri barricati nelle celle di Fornelli. Furiosi attacchi comandati da un pazzoide frustrato, abituato a dettar legge di vita e di morte sui prigionieri, qual era il direttore del carcere dell'Asinara, Cardullo.

È un libro assolutamente da leggere, per le conoscenze che se ne può trarre sulle esperienze di lotta dell'extralegalità e del proletariato prigioniero. Un libro che aiuta a comprendere la Storia dei Nap, di cui prima del libro scritto da Lucarelli “Vorrei che il futuro fosse oggi”, c'era ben poco. Non solo: fornisce anche un notevole contributo alla conoscenza della Storia delle Br. Soprattutto per come i compagni prigionieri si sono organizzati ed hanno lottato all'interno delle carceri speciali, sia durante le grandi lotte quando l'organizzazione era all'offensiva, sfociate con l'operazione Moro nella Campagna di Primavera e poi nella  Campagna D’Urso per la Chiusura dell'Asinara, che durante la fase discendente, quando non solo l'organizzazione, ma anche lo stesso movimento rivoluzionario è rifluito e si è frantumato in mille rivoli.

E’ una testimonianza importante ai fini della conoscenza e della memoria storica, soprattutto per la descrizione assai rigorosa, dettagliata e capillare sulla battaglia politica, talvolta anche assai aspra, tra le varie posizioni e schieramenti. Una testimonianza che ci fornisce una mappatura in movimento sulle varie posizioni e schieramenti, davvero molto ben fatta e rispettosa di tutte le posizioni. Un lavoro certosino, che riflette la realtà e descrive anche i momenti di tensione, vissuti in modo assai drammatico, specie all'interno di una cella.

 

Per quel che mi riguarda, abituato come Pasquale, a essere sulla “cresta dell'onda” durante l'offensiva dell'organizzazione, nel momento della spaccatura, mi sentivo come un pesce fuor d'acqua, perché assolutamente contrario alla rottura. E non era certo momento di sollievo doversi schierare con l’uno o con l'altro spezzone dell'organizzazione. Nonostante ciò, per non rimanere isolato, all'inizio avevo aderito al Partito Guerriglia perché anche a me appariva più vicino ai contenuti dei Nap. Evidentemente a torto. Ma questo l'ho capito solo col senno del poi, dopo le perplessità che mi avevano suscitato diverse azioni. Vedi l'uccisione dei compagni Di Rocco e Soldati, che avevano ceduto sotto tortura, ma si consideravano ancora compagni; il videoclip dell’uccisione del fratello del traditore Patrizio Peci; ma soprattutto l’uccisione a freddo dei due agenti di guardia a una banca a Torino al solo scopo di divulgare un comunicato riportante il tradimento, del tutto falso e inconsistente, di una compagna eccezionale come Natalia Ligas. Un'esperienza durata molto brevemente, quel tanto per accorgermi che non faceva proprio al mio caso. Dopo di ciò, volente o nolente (certamente più nolente che volente), mio malgrado, rimasi, come si suol dire, un “cane sciolto”. E sofferente come un cane “senza padrone”, nel mio caso senza avere alcuna organizzazione cui portare il mio contributo di militanza comunista, sono rimasto tutti questi anni fino ad oggi. Del resto, se è vero (ed è vero), che ogni schieramento e posizione si era chiusa a riccio, come a difendere la propria appartenenza contro eventuali attacchi politici di altre posizioni o schieramenti. È altrettanto vero che, data questa situazione di “impenetrabilità”, oltre a trovare difficoltà a discutere di politica, non mi trovavo d'accordo con nessuno degli schieramenti, poiché lì trovavo tutti riduttivi e parziali.

Ognuna di queste posizioni, mi appariva come un prodotto della rottura stessa.  Prevaleva in tutti gli schieramenti la tendenza ad assolutizzare un aspetto della questione, trascurandone altri. Il Partito Guerriglia, diceva che si era giunti ad una fase in cui “forma” e “contenuto” coincidevano, altre posizioni concepivano la lotta armata come “forma di lotta” o come “mezzo”; altre ancora, al contrario, la ponevano come “fine ultimo”. Per quel che mi riguardava, non vedevo queste estremizzazioni in un senso o nell'altro. Per me era allo stesso tempo “mezzo” e “fine”; “tattica” e “strategica”, purché’ in un modo o in un altro fossero finalizzati all'abbattimento del potere e la costruzione di una società comunista.

In seguito, quando di fatto le Br non c'erano più poiché tutti i suoi militanti corrispondevano a quelli imprigionati, non aveva più senso incentrare la discussione sull’ideologia, ma bisognava spostare la battaglia politica su quelle che erano le condizioni concrete e reali del corpo prigioniero. Un corpo prigioniero privo di prospettiva politica e di un'organizzazione esterna che si facesse carico della sua liberazione. Ecco che allora, volente o nolente, la discussione si spostò direttamente sulla LIBERAZIONE dei compagni e di come fuoriuscire politicamente da quell'impasse che aveva incontrato il processo rivoluzionario. Da lì le posizioni sull’“Oltrepassamento”, sulla “Battaglia di Libertà”, sulla “Soluzione politica” e sull’“Amnistia”, venute poi meno anche a seguito dell’uccisione di D'Antona e Biagi, da parte di alcuni compagni rimasti fuori, che ritenevano che, nonostante la nuova realtà, la lotta armata dovesse continuare.

In questo marasma, se istintivamente mi faceva piacere che ci fosse una continuità, dall'altra dovevo prendere atto che ciò non serviva proprio a nessuno. Non serviva ai compagni che si stavano battendo per uscire in libertà, non serviva al movimento in frantumazione e tanto meno al proletariato, intento a leccarsi le ferite. E non serviva nemmeno ai compagni che intendevano continuare la lotta armata. Del resto che senso ha fare un'azione ogni dieci anni, specie se queste non sono recepite dalla classe? Al contrario, durante gli anni ’70, le azioni, oltre ad avere un seguito, non erano finalizzate solo a disarticolare il nemico, ma soprattutto servivano a costruire e far crescere la coscienza di classe, il movimento e la stessa organizzazione. In una parola: si costruiva il potere proletario, che si manifestava molto concretamente in conquiste di vario genere, materiali e immateriali. E questo ovunque: nelle fabbriche, nelle scuole, nelle piazze, nelle carceri e in tutto il territorio.

Di quel periodo mi resta il rammarico di essermi trovato isolato dal dibattito portato avanti dai vari schieramenti e questo non può che riflettersi anche su questo scritto. Evidentemente assai povero di contenuti, poiché il dibattito, la battaglia politica e la critica e l'autocritica sono l’A-B-C della crescita politica e non solo di organizzazione.

Ecco che allora, com’è ben riportato anche nel libro di Pasquale, mi sfogavo come un ossesso in lunghe corse per tutta la durata dell'aria e in indiavolate sedute di yoga e addominali in cella. Per il resto ne approfittavo per portare avanti letture e scritture su argomenti vari.

Altro rammarico è essere stato per moltissimi anni diviso da Pasquale, in un’alternanza di carceri diverse. Quando, ad esempio, uno si trovava a Trani, l'altro era a Novara. E così ci siamo inseguiti, senza mai incontrarci, per tutto il circuito delle carceri speciali: dall’Asinara a Favignana, da Nuoro a Palmi, da Cuneo a Novara… e via di seguito.

Anche quando ci è capitato di trovarci entrambi all'Asinara, non ci siamo mai incontrati perché ci mettevano in diramazioni diverse.

Ricordo che una volta è venuta Anna con l'intenzione di fare il colloquio con entrambi, per rompere così quest'assurdo isolamento, ma non c’è stato niente da fare. Per fare i colloqui con entrambi doveva intraprendere due viaggi all'Asinara e ogni volta fare assurdamente la richiesta per l'incontro con uno solo. Tutto per un assurdo divieto d'incontro ideato e progettato sadicamente a livello ministeriale, determinato forse, oltre che dal sadismo, anche dalla paura di chissà cosa a tenerci insieme. Questo fatto mi ha anche impedito di partecipare alle bellissime ed emozionanti battaglie dell'Asinara, Trani e Nuoro, perché lì ci stava già Pasquale. E, soprattutto, di partecipare al processo per insurrezione a Roma e al processo di Napoli, essendo stato assolto dai fatti di Piazza Alberti e, quindi, automaticamente stralciato da quei processi. Agli stralci da questi processi, penso  abbia contribuito anche il processo per direttissima per porto di armi da guerra, che mi fecero quando il 29 Maggio 1976 fui arrestato a Roma. Ero stato il primo a sperimentare la nuova legge, fatta appositamente  per darti subito una condanna e allo stesso tempo per poterti isolare dagli altri compagni e impedirti di comunicare con loro sullo stato dell'organizzazione all'esterno. Ed anche per annientare la tua resistenza fisica e identità politico-rivoluzionaria. Così una volta arrestato, fui appoggiato per una quindicina di giorni alle celle di punizione di Regina Coeli, giusto il tempo per processarmi per direttissima. E poi in isolamento per sei mesi al G13 di Rebibbia, sezione allora di punizione, dove le manganellate e i pestaggi erano all'ordine del giorno.

In compenso ho avuto la fortuna di partecipare al processo Nap di Roma per banda armata e di incontrarmi così dopo tanto tempo con i compagni; di essere stato protagonista negli interrotti 40 giorni di lotta a Favignana, culminati con la rottura e sfondamento dei vetri blindati e dei citofoni ai colloqui. Lotta poi proseguita col sabotaggio degli impianti d’illuminazione delle celle e delle sezioni, mettendo in seria discussione le misure di sicurezza e controllo all'interno delle sezioni e delle celle. Per alcuni giorni si andava avanti con lumicini a olio e stoppini, e le guardie per controllarci dovevano venire con le pile a cercarci nei posti più disparati. Sembrava di giocare a nascondino… Ma non si giocava affatto, come abbiamo poi dimostrato con lo sfondamento dei muri dei passeggi per rompere l'isolamento e poterci incontrare tutti insieme in un passeggio unico. Mi ha fatto soprattutto piacere l’essere stato partecipe in prima persona della crescita della coscienza collettiva di tanti proletari prigionieri, dopo questi quaranta giorni di lotta. Un orgoglio e una soddisfazione rivoluzionaria che non dimenticherò mai!

In quanto ai Nap, Pasquale nel suo libro è molto esauriente sull'argomento, per cui mi limito a dire che i Nap nacquero sulla spinta delle lotte dei proletari prigionieri, degli emarginati e del proletariato meridionale, a cui si aggiunsero diversi compagni fuoriusciti da lotta Continua. Il nucleo dei Nap di Firenze si formò  grazie a Luca Mantini e al Gruppo Jackson da lui stesso formato, in collegamento con la parte più cosciente dei prigionieri delle Murate e di alcuni compagni fuoriusciti dal carcere. Il referente sociale dei nuclei Armati Proletari, oltre ai detenuti nelle carceri e nei manicomi giudiziari, erano gli emarginati, i senzatetto, i baraccati, i terremotati e il movimento di lotta contro il colera a Napoli. Tutti i dannati della terra. L’intento dei Nap era quello di dar voce a tutta questa gente, che fino allora non ne aveva, con l’obiettivo di dare un’impronta strategica oltre che rivendicativa alle lotte di questi movimenti.

 

Del libro di Pasquale, anche se conoscevo già tutta la storia, mi ha molto colpito la sua descrizione del tragico esproprio di Piazza Leon Battista Alberti a Firenze, dove persero la vita combattendo due compagni eccezionali e straordinari come Luca Mantini e Sergio Romeo. E dove rimasero feriti lo stesso Pasquale (ferito peraltro molto gravemente) e Pietro Sofia. Un quinto compagno, Nicola Pellecchia, autoaccusatosi lui stesso dopo ben quaranta anni, riuscì a fuggire fermando uno in macchina e facendosi portare lontano dal luogo del “conflitto a fuoco”, conclusosi purtroppo come sappiamo.

Essendo fratello e compagno di lotta di Pasquale oltre che militante della stessa organizzazione Nap, ed essendo a mia volta stato arrestato e detenuto per quasi dieci mesi solo perché ero stato erroneamente scambiato per il compagno Nicola Pellecchia, come “quinto uomo” di quel nucleo operativo, mi pare giusto e doveroso contribuire con la mia testimonianza alla ricostruzione di quella triste vicenda.

Innanzitutto, per avere l'idea più fedele possibile della realtà fiorentina di allora, è assolutamente necessario prendere atto che le rapine in città erano all'ordine del giorno e che io e mio fratello Pasquale, a ragione o a torto, eravamo perseguitati costantemente, come i maggiori responsabili e autori di tali fatti. E, in effetti, avevamo già subito diversi arresti con questa motivazione, ma in mancanza di prove a loro malincuore erano costretti a scarcerarci perché le accuse cadevano nel vuoto. Erano spesso gli stessi poliziotti ad accusarci perché a loro dire ci avrebbero notati mezz'ora prima o poco dopo nei pressi della banca rapinata. Ciò dalla stampa locale ci fece “guadagnare” (si fa per dire) anche il nomignolo di "Fratelli Bandiera". Fino a che poi non si scoprì che gli autori di molte rapine, di cui eravamo accusati noi, erano state compiute dai poliziotti stessi. Per carità, non che noi fossimo delle povere verginelle, non certo dopo il nostro primo arresto ingiusto del novembre 1966, di cui ho reso noto sopra, ma perché è bene che ognuno si tenga quel che gli è proprio.

L’eccessiva attenzione degli sbirri nei nostri confronti, miei e di Pasquale, da allora in poi ci fece decidere di operare separatamente. E così quando uno doveva entrare in azione, l'altro doveva farsi notare nei posti più impensati in modo da procurare testimonianze e alibi per entrambi. E questa prassi non poteva escludere l'esproprio proletario, che avrebbe dovuto compiersi in Via dello Statuto, che poi, per le stesse ragioni che spiega molto bene Pasquale nel suo libro, "Correvo pensando ad Anna", è stato eseguito in Piazza Leon Battista Alberti.

Così la sera precedente, il 28 ottobre, mio fratello mi informò che il giorno dopo avrei dovuto uscire di casa e farmi notare lontano dal luogo dove avrebbe dovuto svolgersi l'esproprio proletario.

Qui è assolutamente necessaria una parentesi autocritica da parte mia perché quella mattina anziché uscire di casa per procurare l’alibi per entrambi, me ne sono stato a letto fino a tardi. Non che a Pasquale sarebbe servito a qualcosa, visto come poi sono andate le cose. Tuttavia questo modo di ragionare con il senno del poi, oltre che essere errato, non giustifica niente. Mentre, al contrario, sarebbe probabilmente servito ad evitare il mio arresto. Questo in considerazione del fatto, come poi si è visto, che le testimonianze dei familiari quando sono a “favore” dell'accusato e non dell’accusa, valgono meno di zero, anche se fossero un esercito di familiari farle. Il fatto di non dare troppo peso al consiglio di mio fratello è stato certamente, un atto di grande  mancanza di ‘rigore’ rivoluzionario, che non ammette alcuna giustificazione. Detto questo, bisogna però cercare di capire le ragioni di tale assurdo comportamento. Penso che questo sia dovuto al fatto che in quegli anni non sapevamo ancora bene cosa fosse il “rigore rivoluzionario”. Eravamo infatti ancora agli inizi del gran salto vero e proprio da ribelli sociali, proletari ed extralegali a comunisti. Insomma il non aver dato troppo peso al consiglio di Pasquale, mi ha comportato nove mesi e diciotto giorni di carcere, che mi sarei, forse, potuto risparmiare. Aggiungo “forse”, perché da come i media, gli sbirri e compagnia bella, si fossero intestarditi a buttarmici dentro a forza nel nucleo che operò in Piazza Alberti, c'è da ritenere, a ragione, che probabilmente mi avrebbero arrestato lo stesso. Ma seguiamo l’ordine dei fatti.

Arrivato a un'ora tarda del mattino e non avendo avuto ancora alcuna notizia, incominciai ad agitarmi sul letto con il più terribile dei presentimenti. In casa ci stava mia madre e una mia sorella, Addolorata, che ovviamente non sapevano niente, per cui faticai non poco a nascondere il malessere che iniziava ad assalirmi. Mentalmente cercai di trovare il modo di avere qualche notizia senza destare il minimo sospetto, ma non c'era altro modo che quello di andare a verificare di persona. Magari passando col tram da Via dello Statuto, dove avrebbe dovuto compiersi la rapina, avrei potevo intravedere qualcosa… Così feci.

Presi il tram, mi pare il 20, che passava giusto di là, ma giunti in via dello Statuto, vidi un mucchio di gente di fronte alla banca, ma non sembrava che fosse per un fatto come una rapina. Tuttavia questa cosa anziché tranquillizzarmi, fece aumentare la mia tensione. Perché non avevo notizie? Perché tutta quella gente davanti alla banca? Perché? Perché? Perché?

I “perché” si accavallavano e si accumulavano l'uno sull'altro. Alla fine, volente o nolente, decisi di espormi personalmente (dato lo stato di cose, non potevo fare altrimenti) e di andare in Piazza Santa Croce, dove solitamente ci ritrovavamo noi compagni. Giunto sul posto, già da lontano, l’andare su e giù nervosamente dei compagni e il formarsi dei capannelli, mi fecero pensare al peggio.

La prima a venirmi incontro fu proprio Annamaria Mantini, il cui sguardo disperato e piangente, oltre che  straziarmi il cuore, mi tolse ogni dubbio. Confermato anche dalle notizie radio, che inizialmente davano per morti due compagni, tra cui mio fratello Pasquale, scambiato erroneamente per il corpo esanime di  Sergio Romeo. E uno non ancora identificato, ma che io e Annamaria sapevamo che fosse Luca Mantini. Annamaria ed io, disperati e colmi di rabbia e odio di classe ci abbracciammo e ci stringemmo forte. Poi, come a farle forza e solidarizzare con il suo dolore, le dissi istintivamente di farsi coraggio, che non era sola, che eravamo in due ad aver avuto gravi perdite in famiglia. E che a solidarizzare con noi sulla perdita dei nostri due familiari e compagni c'erano anche tutti gli altri compagni. Ma lei, probabilmente in pena per la perdita del suo Luca, per lei più che un fratello (come del resto lo era Pasquale per me, essendo anche il fratello più piccolo), si era chiusa in se stessa. Anche se restava ancora abbracciata a me ed io a lei, non mi sentiva già più. Non ho potuto fare a meno di sentire che il suo povero cuoricino batteva a mille, e mi trasmetteva emozioni e sensazioni a non finire: disperazione, dolore, ma anche tanto odio e rabbia di classe, e determinazione… Cosa che poi ha dimostrato con i fatti, dandosi alla clandestinità, scegliendo così di dare la sua vita a tempo pieno alla rivoluzione, fino all'ultimo respiro. Sciolti dal disperato abbraccio, andammo  a raggiungere gli altri compagni e ci siamo persi di vista. Nel frattempo, le notizie che arrivavano non davano più Pasquale per morto, ma solo ferito gravemente. Questo, se da una parte mi rallegrava, dall'altra mi rattristava perché i compagni che ci lasciavano erano comunque due. Inoltre, stabilito ormai che lui, Pasquale, fosse uno del nucleo coinvolto nella rapina, si convinsero che il morto al posto di Luca fossi io. Questo fino a quando Luca fu identificato. Nel frattempo, saputo che Pasquale era stato ricoverato sotto fitto piantonamento dei carabinieri, all’ospedale di Santa Maria Nuova, decisi di rischiare il tutto per tutto, pure l'arresto, e di andare a trovarlo per  assicurarmi personalmente delle sue condizioni. Così mi catapultai immediatamente sul posto, dove trovai un grande sbarramento di carabinieri. Ma non mi arresi, dovevo assolutamente vedere Pasquale e, nel caso fosse cosciente, cercare di portargli un po’ di conforto, affetto e solidarietà rivoluzionaria. Non feci in tempo a fare un passo che i carabinieri mi piombarono addosso. Ci fu per un attimo un po’ di parapiglia e vocio, quel tanto da riportare incredibilmente nel mondo dei vivi mio fratello Pasquale, dato erroneamente un’altra volta per morto di lì al massimo mezz'ora. Per un attimo, vedendo Pasquale intento ad alzarsi dal letto e gridare con voce dura e aggressiva: 《Lasciate stare mio fratello! 》,  mi sentii il cuore pieno di gioia. Mentre i carabinieri  rimasero sbalorditi e impietriti, quel tanto che ci  bastò con un solo sguardo degli occhi a trasmetterci tante cose e rincuorarci vicendevolmente, seppur nella drammaticità della situazione.

Rassicuratomi, si fa per dire, sulle condizioni di Pasquale, restava il fatto su cosa dovessi fare, poiché sapevo che, nonostante tutto, prima o poi sarei stato arrestato.

Ad avvalorare questa tesi, si aggiunge nel frattempo l'emissione di un volantino di rivendicazione dell'esproprio proletario dei Nap. Emesso inopportunamente e senza alcuna autorizzazione, sull'onda dell'emozione, da parte di un nostro compagno dei Nap. In quel comunicato, scritto senza alcuna informazione sul reale svolgimento dei fatti, si addebitava incautamente ad un agguato dei carabinieri la perdita dei due compagni, Luca e Sergio, e l'arresto di altri due, non evitando di dire che un quinto compagno era riuscito a fuggire. Com'era prevedibile, fu la classica goccia che fece traboccare il vaso. Nel movimento, si prese per buona l’ipotesi del tutto fantasiosa dell’agguato, che da lì in poi ha preso piede come fosse vera. Nello stesso tempo, le radio e i giornali si sono buttati a capofitto ancora contro di me.

Se prima di identificare Luca mi davano per morto al posto suo, da quel momento in poi, identificato il corpo del caduto come quello di Luca, il fantomatico “quinto uomo” non poteva che essere il sottoscritto. Iniziavano a scrivere che gli inquirenti cercavano un giovane fiorentino di ventisette anni, facendo via via tutta la mia descrizione. A niente serviva che nel frattempo andavo tutti i santi giorni a firmare al commissariato di Rifredi, come prescritto dal regime di libertà vigilata cui ero sottoposto. E nemmeno che ero stato perfino a trovare in ospedale Pasquale di fronte ad un nugolo di carabinieri. Nel frattempo urgeva sempre più che prendessi al più presto una decisione su cosa fare. Con i compagni di organizzazione, dopo quanto successo, non avevo più alcun aggancio, ma anche se l'avessi avuto, detto sinceramente, non ero ancora pronto al grande salto alla clandestinità. Mi restava quindi solo una possibilità: consultarmi  con l'avvocato, per poi decidere cosa fare. Se mi ero creato delle illusioni di poter evitare il carcere parlando con l'avvocato, queste hanno avuto davvero vita breve. Infatti, mi disse letteralmente e con decisione: 《consegnati!》.

A quel punto, non essendo ancora pronto per mollare tutto e andarmene (anche perché non avendo partecipato all'esproprio, restava pur sempre una possibilità abbastanza concreta che le accuse avessero vita breve. Ed era questa possibilità che frenava il mio istinto di far terra bruciata intorno a me), non mi restava altro che decidere come farmi arrestare:

In modo mansueto, o attraverso un conflitto a fuoco, portandomi dietro qualche sbirro?

Inizialmente la rabbia e la disperazione per la perdita dei nostri due compagni e il ferimento e l'arresto degli altri due mi fecero optare per la seconda ipotesi. Ed è con questa mia rabbia che decisi di armarmi della 7 e 65 parabellum che tenevo nascosta. Per un paio di giorni, impazzito di rabbia e disperazione, ho girato armato col colpo in canna, pronto a far fuoco in caso di accenno all'arresto. Ormai non ragionavo più. Da pazzo di rabbia quale ero, nell'ultima firma al commissariato andai armato della pistola, pronto a tutto, ma non successe niente. Però, stranamente, fu proprio il fatto di aver rischiato tanto e di esserne uscito vivo e vegeto, che mi fece di colpo rinsavire. Ho pensato che in fondo fino a quel momento non avevo ancora fatto niente e sarebbe stato da stupido farmi trovare armato. Avrei semplicemente fatto il loro gioco. Così decisi all'ultimo momento di nascondere nuovamente la pistola e di recarmi in Piazza Santa Croce, dove probabilmente di lì a poco sarebbero arrivati gli agenti per arrestarmi. Sempre che non fossero già lì ad aspettarmi, visto che era il luogo che io e i compagni frequentavamo abitualmente. Mi recai con assoluta calma e una certa “rassegnazione” in Piazza Santa Croce, deciso a farmi arrestare. I sentimenti di calma e “rassegnazione” presero il momentaneo sopravvento su rabbia e odio di classe, che mi avevano accompagnato soprattutto nei momenti in cui ero pieno di dubbi e incertezze sul daffarsi. Entrai nel bar, che allora dava sull’angolo con Borgo dei Greci. All'interno ci stavano pure dei compagni, probabilmente ignari di ciò che sarebbe avvenuto di lì a poco. Anche se i giornali li leggevano pure loro. Per me era stata anche una bella fortuna che ci fossero anche loro, così avrebbero potuto vedere con i loro occhi come sarebbero andate le cose durante il mio arresto.

Come avevo previsto, di lì a poco vidi in lontananza “il Gatto” e “la Volpe”, gli inseparabili agenti Campana e Cervino, coadiuvati dal solito allora brigadiere Lo Bue, che al seguito di questa “brillante” operazione furono promossi con tutti gli onori del caso. Avanzavano dirigendosi verso il bar con passo sicuro, ma neppure tanto spedito, come se non escludessero la possibilità di qualche scherzetto da parte mia. Entrati nel bar, vennero decisi verso di me facendomi capire che erano venuti ad arrestarmi, senza aggiungere altro. Come se io non lo sapessi. Con tutta tranquillità e indifferenza, come appare molto chiaramente anche nella foto de La Nazione, mi lasciai ammanettare e arrestare.

Era il 2 Novembre del 1974, esattamente 4 giorni dopo la tragedia di Piazza Leon Battista Alberti.

Senza perdere tempo in pratiche burocratiche da questurini, come schedature, impronte, foto segnaletiche ecc. (considerati i nostri precedenti, non erano certo queste che gli mancavano), mi fecero salire in macchina. E ci dirigemmo direttamente in direzione del carcere di San Gimignano, dove evidentemente mi stavano aspettando. Insomma sembrava già tutto programmato e predisposto, come presi atto anche nell'interrogatorio del Pubblico Ministero, il dott. Persiani. Erano tutti convinti all'ultimo sangue che il fantomatico “quinto uomo” fossi io. Per l’occasione si erano anche procurati un testimone, che diceva che ero io quello che lo aveva fermato con la macchina e che si era fatto portare lontano dal luogo della rapina. Può anche darsi che lui fosse in buona fede ma, a parte lo spavento del momento, io e il compagno Nicola Pellecchia,  pur essendo alti quasi uguali, eravamo anche profondamente diversi. Per cui e molto probabile che gran parte delle sue accuse fossero figlie dell'influenza che Persiani e sbirri vari avevano avuto su di lui, mostrandogli probabilmente anche una mia foto segnaletica. Fatto sta che grazie a loro mi feci questi lunghi mesi di carcere, passati un po' a San Gimignano e un pò nel carcere di La Spezia, da dove a cuore infranto dal dolore, appresi degli assassinii a freddo della compagne Mara Cagol e, successivamente, della compagna Annamaria Mantini.

Fui scarcerato, grazie ad un bel memoriale fatto a mio discarico dall'avvocato Francesco Morì, che avevo nominato al posto dell'altro avvocato che mi aveva suggerito di consegnarmi. E grazie anche ad Alessandro Margara, un giudice onesto e preparato, che per fortuna nel frattempo era divenuto il mio giudice istruttore. Prima che fossi scarcerato avvennero due fatti insoliti all'epoca. Entrambi  alla caccia di trofei, finalizzati a prolungarmi il soggiorno nelle patrie galere. Infatti, mentre ero nel carcere di La Spezia, ricevetti a sorpresa una perquisizione accurata sulla mia persona e sulle mie cose dalla Digos. Poi, un'altra mattina, sempre a sorpresa, vengo portato a Napoli al Tribunale dai giudici che avevano in mano le indagini sui Nap, che fino a quel momento, a parte le false accuse su Piazza Alberti, non avevano proprio nulla a mio carico. Per l'occasione, prima di riportarmi a La Spezia, mi fecero pernottare a Poggioreale. Non avendo trovato alcun trofeo di accusa a giustificare la mia ulteriore permanenza nelle patrie galere, chiusa l'istruttoria, verso la fine di agosto venni scarcerato e rimesso in libertà.

Ovviamente fui contento, ma sapevo che se non mi davo presto una mossa, la Procura Generale avrebbe revocato la mia libertà con lo scopo di rimettermi agli arresti. Questa volta però, grazie anche ai mesi di carcere che mi avevano fatto fare, ero più maturo e pronto per il gran salto alla clandestinità. Dovevo solo non farmi fregare sul tempo e lasciarli con un palmo di naso. Cosi avvenne.

Mi trovavo, come tutti i giorni a giocare a scacchi nel Circolo che stava sul retro di Piazza Santa Croce, ad angolo con Borgo Santa Croce, dove in seguito hanno fatto una specie di discoteca. Ero nel bel mezzo di un torneo di scacchi. E per l'appunto in quel momento avevo per avversario diretto un poliziotto, che quasi certamente stava lì  per controllare i miei movimenti. É durante una piccola pausa che mi ero concesso per bere un bicchierino di qualcosa, prima di fare la mia prossima mossa, che venni a conoscenza che i caramba erano stati in casa a cercarmi a seguito di un mandato di arresto, sempre per Piazza Alberti, emesso dalla Procura Generale, che nel frattempo si era appellata alla mia scarcerazione.

Non ci pensai due volte a dar battaglia vinta al mio avversario di scacchi, in cambio di lasciarlo là  sul posto, con un palmo di naso, in attesa della mia improbabile prossima mossa. Poiché non aspettavo altro, e nel frattempo avevo ripreso regolari contatti con la nostra organizzazione, i Nap,  non mi restava altro da fare che alzare la polvere dietro di me, darmi alla clandestinità e operare a tempo pieno per la causa rivoluzionaria. E così feci.

 

Ho voluto ricostruire i fatti di Piazza Alberti, per come lì ho vissuti, non solo perché mi è stato richiesto di fare una recensione sul libro di Pasquale, ma perché era doveroso che lo facessi. Non potevo esimermi dal dare il mio contributo su questa vicenda. L'ho fatto soprattutto per chiarire ulteriormente, con la mia testimonianza, che la tesi secondo cui i Carabinieri ci stessero aspettando è ASSOLUTAMENTE FALSA, INCONSISTENTE E FUORVIANTE!  E lo dico in prima persona, come militante dei Nap, pur non avendo fatto parte del nucleo operativo. E aggiungo che se veramente ci avessero “aspettati”, avrebbero anche saputo i nomi dei componenti del nucleo che aveva partecipato all'esproprio proletario. Ed invece, dati alla mano:

  • Luca e Sergio, furono identificati solo molto tempo dopo;
  • Pasquale, dato per morto due volte, la prima volta suppongo prima ancora di essere arrestato, era stato dato come uno dei due compagni caduti (Sergio Romeo);
  • di Nicola Pellecchia, prima che lui stesso dopo ben 40 anni, si autoaccusasse che era il fantomatico “quinto uomo”, nessuno sapeva proprio nulla.

Emblematico di come brancolassero nel buio, è quello che è successo a me. Basta ricordare come i media, gli sbirri e i magistrati si siano tutti accaniti con i loro abbagli e  improponibili  “certezze”, indicandomi ad ogni costo come uno dei componenti del nucleo (probabilmente solo per la presenza di Pasquale). Inizialmente mi collocavano al posto di Luca, come uno dei compagni caduti. Poi, visto che ero ancora vivo e vegeto e che ero stato perfino a trovare Pasquale all'ospedale nel bel mezzo di tanti carabinieri, che tutti i giorni mi recavo a firmare al commissariato di Rifredi, così come era ordinato nella vigilanza, hanno iniziato ad indicarmi come il “quinto uomo”. Cosa che poi è andata avanti fino al processo di Appello dell’aprile del 1976 dove, dopo un anno e mezzo, fui assolto a formula piena, per non aver commesso il fatto!

Senza poi dimenticare che la Procura Generale, intestarditasi sulla mia partecipazione all’esproprio di Piazza Alberti, si era addirittura appellata alla mia scarcerazione. Ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangerci sopra! Del resto il diritto borghese è stato costituito per fare gli interessi della classe dominante, contro quelli del proletariato, e non certo al contrario.

 

 

        Firenze 23.11.2017                                                                                                                 Nicola Abatangelo

Roma, 15 novembre presidio per Nuriye e Semih, Amb...
IL PROGRAMMA DEI PADRONI.

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