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«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente»

(K. Marx)

Non toccateci le domeniche...negli ipermercati

domenica


Mentre in Parlamento si discute, nel paese le aperture domenicali dei negozi diventano una questione dirimente per l'economia del paese. Che i toni si sarebbero alzati del resto era prevedibile, come era scontato che le grandi catene commerciali avrebbero combattuto ogni limitazione alla apertura no stop, 24 h al giorno, dei negozi.

Gli imprenditori del commercio promettono battaglia e già hanno stanziato soldi per una campagna finalizzata bocciare un decreto legge che, se approvato, introdurrebbe  l’obbligo di chiusura di almeno 26 domeniche all'anno  oltre ad altre 12 festività nazionali, alcune delle quali soppresse.

Il disegno di legge è attualmente in Commissione e nel corso del dibattito potrebbero subentrare emendamenti importanti e significativi per ridurre limiti alle aperture. Intanto è già iniziata la campagna di Confimprese sostenuta da Confindustria e dell’Aifi (private equity e venture capital) tutte in difesa delle liberalizzazioni del Governo Monti (correva l'anno 2011)

Prima di Monti la normativa preveda piena libertà di orari solo nelle città d'arte e turistiche, poi dal 2011, dopo il decreto legge ad hoc, è stata concessa la totale libertà, sull'intero territorio nazionale, di stabilire senza regola alcuna l’orario di apertura e di chiusura e restare aperti anche per l’intera giornata e per 365 giorni l’anno, festività comprese.

Prima di Monti i sindacati avevano siglato accordi nazionali che spianavano la strada alle aperture domenicali scegliendo di privilegiare la libera concorrenza, tanto cara al diritto comunitario, a discapito dei diritti di lavoratrici e lavoratori che rivendicano almeno un giorno di riposo festivo da trascorrere in famiglia. E come accaduto con il diritto di sciopero, sottoscrivere intese e contratti nazionali con limitazioni all'esercizio dei nostri diritti, significa venire sconfitti  , del resto se offri un dito al padrone finisce che ti prende il braccio (e non solo quello)
Nelle prossime settimane ci attendono scenari già visti tra ripensamenti Parlamentari (la Lega divenuto il partito di riferimento dei padroni cercherà di mediare con le associazioni datoriali), campagne stampa, raccolta di firme che alimenteranno la paura del cittadino consumatore, non mancheranno magari sconti e offerte nel weekend, si scomoderanno le associazioni in difesa dei consumatori, tutti insieme appassionatamente in difesa del libero mercato. Ma  arriveranno anche altre pressioni, per esempio sui sindacati aziendali e nazionali con lo spauracchio dei licenziamenti , dei tagli orari e salariali perché prendano le distanze da ogni disegno legislativo mirante a contenere le aperture domenicali e festive.

Non  a caso sono arrivate le prime notizie, sulle pagine de Il Sole 24 ore, ad annunciare licenziamenti all'outlet di Serravalle all'indomani dell'entrata in vigore del decreto legge.
Ma un altro ruolo dirimente sarà giocato dai sindaci e dai corpi intermedi in nome della salvaguardia dei posti di lavoro e dell'economia locale, non mancheranno gli ipocriti a denunciare che a rischiare saranno i lavoratori più deboli, quelli con contratti part time per il weekend.

Sarà un gioco al massacro e senza esclusione di colpi, proveranno a giocare tutte le carte a disposizioni, argomentazioni padronali e liberiste come altre di natura sindacale o sociale, per giustificare la libertà di aprire i negozi 365 giorni all'anno e 24 h su 24.

Con la liberalizzazione degli orari le condizioni retributive e lavorative sono decisamente peggiorate, sono state pubblicate ricerche di mercato a dimostrare che le vendite non sono poi così aumentate perché in assenza di soldi si spende decisamente meno. In 10 anni i contratti part time sono diventati preponderanti rispetto ai full time, il salario sta diventando una variabile in parte dipendente dagli incassi, senza articolo 18 la libertà di licenziamento la fa da padrona generando un clima di paura nel settore commercio che porta la forza lavoro a subire continue discriminazioni.

Ma il liberismo sfrenato ha prodotto nel frattempo danni nefasti  modificando radicalmente il modo di pensare di tanti uomini e donne, lavoratori e lavoratrici piegandoli a difendere una ideologia che sottrae loro diritti e dignità. Il consumatore demenziale che non si pone domande si fa strada nell'immaginario collettivo, una ragione in più per organizzarci contro la schiavitù del lavoro festivo.

Federico Giusti – Redazione pisana

 

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