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«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente»

(K. Marx)

La guerra dei prezzi. Perché dobbiamo sostenere la lotta dei pastori sardi

Latte-Sardegna

Laura Castellani e Marco Montanari

Pubblichiamo un articolo sulla mobilitazione dei pastori sardi di Laura Castellani e Marco Montanari, già pubblicato sul loro blog "Dalla parte del cavolo". Ci sembra un utile contributo alla discussione sulla considerazione che agricoltori e pastori hanno dentro i rapporti sociali esistenti.
Di seguito il comunicato dell'Associazione rurale italiana.


Quella di gettare il frutto delle proprie fatiche sull’asfalto non può che essere una scelta sofferta. L’alternativa era venderlo ad un prezzo irrisorio che nemmeno riesce a coprire i costi di produzione.

E fa male anche a noi assistere a queste scene; ma quello che in questi giorni scorre per le strade della Sardegna non è latte, è piuttosto ciò che la logica devastante del libero commercio è riuscita a trasformare in una merce qualunque, il cui prezzo viene determinato dalla concorrenza e dal potere di chi gestisce le filiere.

Nelle campagne la distruzione dei prodotti è storicamente una delle armi a disposizione dei lavoratori. Valerio Evangelisti racconta come all’inizio del secolo scorso non fosse infrequente in Emilia-Romagna imbattersi in granai avvolti dalle fiamme: era il Gallo Rosso, una forma estrema e radicale di lotta dei braccianti che distruggevano non tanto una riserva di cibo, ma l’ammasso della ricchezza da loro prodotta e da altri appropriata e accumulata. Oggi coloro che distruggono i prodotti del proprio lavoro non sono braccianti salariati, ma lavoratori formalmente autonomi e indipendenti che le filiere agroindustriali riescono a rendere, attraverso i subdoli meccanismi del mercato e la squilibrata distribuzione del potere lungo le filiere, sostanzialmente subordinati e sfruttati.

I tempi cambiano ma le campagne sono ancora attraversate da grandi tensioni. In particolare, quello dei prezzi dei prodotti agricoli è uno dei temi caldi dei nostri tempi e uno dei dispositivi attraverso cui chi sta a valle delle filiere controlla i soggetti a monte e ne determina i destini. È quello che avviene per esempio nel comparto del pomodoro in cui, come sappiamo, spesso gli svantaggi sono scaricati ulteriormente sulle spalle dei braccianti. Ed è quello a cui si assiste anche nel caso del frumento che nel 2016 ha toccato il picco negativo di 15 euro a quintale: 15 centesimi di euro per Kg di granella!

Si chiama squeeze on agriculture (contrazione in agricoltura) e comporta la concentrazione della ricchezza nelle mani dell’industria e della Grande Distribuzione Organizzata  e l’impoverimento dei produttori diretti.

L’incorporazione della produzione agricola nei principali circuiti delle merci trasforma le campagne in piattaforme produttive che alimentano l’agro-export e i prodotti in commodities che viaggiano come schegge impazzite, mettendo in competizione territori anche molto distanti tra loro: il cibo perde la sua identità e diventa food. Salta così quel rapporto diretto e privilegiato tra agricoltura e industria che in alcune circostanze ha persino garantito redditi adeguati e stabili al settore primario (per certi aspetti per esempio la filiera della barbabietola da zucchero fino ad alcuni anni fa).

Non è un caso che quando i nodi vengono al pettine spesso a finire sotto accusa sia la concorrenza di prodotti esteri dal prezzo stracciato e dalla dubbia qualità; non è un caso nemmeno che in queste ore molti riconducano la crisi sarda al crollo dell’export del Pecorino Romano che con quel latte viene prodotto. Siamo di fronte ad un mix letale tra diffusione della produzione a livello globale e concentrazione del potere nelle filiere che determina le contraddizioni di cui stiamo parlando.

Nell’attuale contesto sono sostanzialmente due le opzioni strategiche a disposizione per affrontare questa situazione. Da un lato si può dare per scontata la logica di questo sistema. Ciò significa accettare le pressioni che il mercato determina sulla produzione agricola e agire di conseguenza. Per esempio cercando di accrescere le rese attraverso l’aumento di scala delle aziende, la riduzione della diversificazione produttiva, l’inasprimento dello sfruttamento sugli ecosistemi, l’utilizzo di input chimici. Si tratta di soluzioni che contribuiscono ad aumentare ulteriormente la dipendenza dai mercati e, nel medio termine, i costi aziendali a scapito della redditività. Significa in altre parole costruire un contesto iper-competitivo in cui solo i più grandi, forti, strutturati e dotati di risorse possono sopravvivere a scapito di tutti gli altri. Come se in questo paese di aziende agricole non se ne fossero chiuse già abbastanza; come se già non avessimo un problema di spopolamento delle aree rurali, in particolare di quelle considerate “marginali”. Questa è la strada che propongono le principali autorità pubbliche e che viene promossa dalle politiche agricole nazionali ed europee. Questo è ciò che si nasconde dietro l’espressione “competitività delle aziende”.

D’altro canto possiamo porci l’obiettivo di scardinare questo sistema perverso a partire dalle sue contraddizioni: costruendo cooperazione laddove cercano di imporci concorrenza, diversificazione dove si promuove l’omogeneità. Si tratta di riappropriarsi delle filiere e di riportare sotto il controllo dei lavoratori rurali e dei consumatori la produzione, la trasformazione e la distribuzione dei prodotti. Una battaglia affascinante e complessa per l’affermazione di un’alternativa contadina di sviluppo per il mondo rurale. Questo non può che passare dalla promozione di un nuovo movimento cooperativo, partendo dalla amara consapevolezza che oggi molte, troppe cooperative sono parte del problema e complici di questo sistema di sfruttamento.

I pastori sardi ci stanno aiutando a rendere palesi le distorsioni dell’attuale modello di produzione agroalimentare e ne stanno mettendo in discussione le logiche di fondo. Siamo consapevoli che finché le regole del gioco sono quelle sin qui descritte, la mera contrattazione sul prezzo del prodotto, anche se necessaria, non potrà risolvere definitivamente il problema, ma solo alleviarne temporaneamente gli effetti più deleteri. Sta alle realtà che si battono per l’affermazione dell’agricoltura contadina e della sovranità alimentare, a chi oggi sperimenta la costruzione di filiere autonome dalla GDO e di esperienze genuinamente cooperative proporre un’alternativa praticabile e un orizzonte politico in grado di sostenerla.

Si tratta di una grande responsabilità. Se oggi non siamo in grado di farlo e invece siamo costretti ad assistere attoniti agli ettolitri di latte che scorrono, forse dobbiamo interrogarci sui nostri limiti e quantomeno affermare chiaramente da che parte decidiamo di stare.

Per quel che ci riguarda, noi stiamo con i pastori!

Riferimenti bibliografici:

  • La politica dei contadini
  • Evangelisti V. (2015), Il gallo rosso. Precariato e conflitto di classe in Emilia-Romagna 1880-1980, Odoya, Bologna
  • Moore J. W. (2013), Questione agraria e crisi ecologiche nella prospettiva della storia-mondo, in Scienze del territorio vol.1/2013
  • Ploeg J. D. (2008), I nuovi contadini. Le campagne e le risposte alla globalizzazione, Donzelli, Roma

Migliaia di litri di latte gettati in strada o in pasto ai maiali: esplode la rabbia dei pastori Sardi per il prezzo del latte imposto dagli industriali.
Comunicato Stampa Associazione Rurale Italiana (membro del Coordinamento europeo di Via Campesina)

Il settore caseario che in Sardegna attraversa periodi ciclici di crisi da decenni, ha toccato il fondo. Siamo insomma arrivati alla resa dei conti. In questi giorni il prezzo del latte varia tra 40 e 60 centesimi, prezzo che non permette ai pastori neanche di coprire le loro spese di produzione. Gli industriali si difendono dicendo che quello è il prezzo dettato dal mercato.
I pastori hanno cercato di aprire spazi di dialogo ma per l’ennesima volta sedersi a un tavolo di discussione è risultato essere completamente invano. Il prezzo è rimasto quello, è tanti pastori hanno cominciato a buttare il proprio latte piuttosto che venderlo per una miseria.

Sul web si sono moltiplicati video di pastori che aprono le cisterne del latte e lo lasciano scorrere, gridando poi la loro rabbia e frustrazione per non avere nessuna risposta adeguata ad affrontare la crisi. Nel mirino industriali e enti regionali che come al solito sono incapaci di offrire qualsiasi tipo di soluzione. I pastori hanno fatto tanto per adeguare le proprie aziende alle richieste del mercato, indebitandosi ed investendo nelle loro campagne. Tutti questi sacrifici, sempre ripagati da un prezzo del latte che sale e scende di continuo, e solo quando raggiunge livelli alti, permette ai pastori a malapena di coprire le spese e forse di mandare i figli a scuola.

Le proteste non si sono limitate alle campagne e al web, molti pastori hanno bloccato le entrate di paesi buttando il latte per terra oppure versandolo nelle vie del corso. La manifestazione più grande è stata quella che ha bloccato le arterie principali della Sardegna, la strada statale 131 che connette Sassari e Cagliari. I pastori hanno fermato il traffico incluso le autobotti che trasportavano latte (principalmente dirette ad Arborea e Oristano) e versando migliaia di litri di prodotto sulla SS 131.

L’ Associazione Rurale Italiana è solidale con i pastori Sardi
#NoiStiamoCoiPastoriSardi e facciamo i nostri auguri fraterni affinché questa lotta possa portare alcuni segnali positivi!!!

Fuorimercato.com

 

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