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«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente»

(K. Marx)

Occhio agli sfogatoi: l'uso disinvolto dei social e di internet può costare il licenziamento

sorve

L’uso dei social media, di WhatsApp o Telegram può anche determinare il licenziamento. Non è da ora che i datori di lavori, specie quelli più grandi, spiano per la rete i loro dipendenti, lo fanno magari in termini legali per conoscere le opinioni diffuse e le iniziative intraprese, individuare toni eccessivi e alla occorrenza punirli con i codici di comportamento fino al licenziamento.
È bene ricordarlo a noi stessi e ai lavoratori, attenzione ai commenti espressi sui sociali perché il grande fratello dei padroni è in agguato, legge e trascrive per poi colpire. E non parliamo dell'uso dei social in orario di lavoro (proibito come l'utilizzo della posta interna per fini non legati al lavoro) ma anche nel tempo libero, basta sbagliare toni, una frase sbagliata può costare il posto.
E parliamo di licenziamenti per giusta causa, sempre più difficile discernere il pur ammesso diritto di critica dai toni aspri giudicati offensivi e motivo valido per il licenziamento. La vera colpa è rappresentata dal ricorso a una platea diffusa come i social ma attenzione che ricorrere a una offesa anche via WhatsApp rappresenta motivo sufficiente per il licenziamento.
E attenzione anche ai codici etici e al segreto di ufficio, al rispetto delle relazioni industriali il diritto di critica è ammesso ma sempre più facilmente finisce con l'assumere connotati tali da giustificare il licenziamento anche di delegati sindacali.
La giurisprudenza in questi anni ha consentito i controlli dei datori di lavoro sui profili social dei dipendenti, inclusi i delegati sindacali, non ha messo alcun limite o veto, non ha stabilito termini e modalità dentro le quali possa avvenire il diritto di parola senza alcuna possibilità di ritorsione.
E in questo contesto capita sovente che siano proprio le aziende ad avere imposto ai dipendenti di astenersi dall'utilizzo dei media, dall'utilizzo a fini sindacali e politici ledendo diritti elementari che dovrebbero essere sempre e comunque tutelati. Recare danno ad una azienda è sempre più facile se pensiamo ad una Giustizia che ormai guarda più agli interessi di immagine dei datori di lavoro che alla salvaguardia della democrazia nella società.
Sta qui il problema, in una società sbilanciata a favore dei padroni e pronta a giustificarne ogni azione, anche se lesiva, a nostro modesto avviso, dell'esercizio della libertà collettiva e individuale.

Federico Giusti – Pisa

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