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«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente»

(K. Marx)

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Ci servono mascherine ma noi produciamo armi

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Primi giorni di marzo 2020:

Mentre stiamo scrivendo, la condizione nel paese, in particolare in alcune regioni come la Lombardia, va modificandosi giorno dopo giorno, non sappiamo cosa succederà nel prossimo futuro, sappiamo per certo che grande è la confusione, sappiamo che la situazione non è per nulla eccellente.

Quello che abbiamo visto in queste due settimane è come non vi sia alcun legame sociale, l’isteria individualista prevale, le aggressioni a chi si pensi sia “colpevole” di aver contratto il virus lo dimostra inequivocabilmente.

L’azione del governo ci ricorda quanto diceva Foucault, ovvero che le misure a suo tempo prese per contrastare la lebbra e la peste costruivano due forme di potere differenti e complementari con un unico scopo: quello di controllare la società.

Le misure prese per contrastare la lebbra si basavano sul rifiuto, l’esclusione sociale e l’abbandono degli ammalati al loro destino e in Italia si è iniziato col dire e praticare in modo ufficiale che alcuni hanno meno diritto di altri ad esser curati. La scusa è che non ci sono posti per tutti, ma di fatto è noto che da decenni la Sanità pubblica è stata privatizzata e smantellata.

Foucault: “Questo spazio chiuso, tagliato con esattezza, sorvegliato in ogni suo punto, in cui gli individui sono inseriti in un posto fisso, in cui i minimi movimenti sono controllati e tutti gli avvenimenti registrati, in cui un ininterrotto lavoro di scritturazione collega il centro alla periferia, in cui il potere si esercita senza interruzioni, secondo una figura gerarchica continua, in cui ogni individuo è costantemente reperito, esaminato e distribuito fra i vivi, gli ammalati, i morti, tutto ciò costituisce un modello compatto di dispositivo disciplinare”.

Assistiamo alla disgraziata opera “dell’industria della paura” in un contesto come l’Italia. Ma questa industria è generale, come è generale il deficit di leadership mostrato dalle autorità pubbliche, specie occidentali, nel confronto dell’epidemia. Ben pochi se la sentono di andar contro gli “sventurologi” che furoreggiano nei media e anche in quel pezzo della comunità scientifica che propende, anche in questa occasione, a sfruttare a proprio vantaggio le preoccupazioni collettive.

La Cina ha saputo mettere in piedi una risposta proporzionata alle dimensioni della minaccia, reagendo con estrema determinazione nel momento dell’esplosione dell’epidemia e rilassando via via le misure di contrasto dopo il superamento del picco infettivo.

Mentre in Italia, ma non solo, si è passati dal dire che non c’era nulla di cui preoccuparsi - è il caso di Milano con le dichiarazioni del sindaco Sala - a non permettere di uscir di casa se non per “validi motivi”.

Ma non è forse il momento di chiedersi perché le pandemie si susseguono a un ritmo sempre più veloce?

Per provare ad entrare nel merito proponiamo alcune considerazioni proposte in un articolo di Sonia Shah, giornalista statunitense nota per le sue inchieste sulle multinazionali - in particolare alimentari, petrolifere e farmaceutiche - pubblicato su "Le Monde Diplomatique" di  marzo 2020 e tradotto dal francese da Elena Stoppioni.

“Sarà stato un pangolino? Un pipistrello? O addirittura un serpente, come abbiamo sentito per un po' prima che la notizia venisse smentita? O forse la responsabilità sarà proprio del primo che ha incriminato l'animale selvatico, all'origine di questo Coronavirus, ufficialmente chiamato Covid-19”?

Se da un lato appare come essenziale svelare questo mistero, tale speculazione ci impedisce di vedere che la nostra crescente vulnerabilità alle pandemie ha una causa più profonda: la distruzione accelerata degli habitat.

Quest'ultimo virus non ha nulla a che fare con tutto ciò. Nonostante gli articoli che, con le fotografie di supporto, indicano la fauna selvatica come punto di partenza per epidemie devastanti, è falso credere che questi animali siano particolarmente infestati da agenti patogeni mortali pronti a contaminarci. In realtà, la maggior parte dei loro microbi vive in essi senza danneggiarli. Il problema è altrove: con le dilaganti deforestazione, urbanizzazione e industrializzazione, abbiamo offerto a questi microbi i mezzi per raggiungere il corpo umano e adattarsi.

Per soddisfare il suo appetito carnivoro, l'uomo ha rasato un'area equivalente a quella del continente africano per nutrire e allevare animali destinati alla macellazione.

Sebbene questo fenomeno di mutazione dei microbi animali in agenti patogeni umani stia accelerando, non è nuovo. Il suo aspetto risale alla rivoluzione neolitica, quando l'essere umano iniziò a distruggere gli habitat selvatici per estendere la terra coltivata e addomesticare gli animali per renderli bestie da soma. In cambio, gli animali ci hanno fatto dei regali avvelenati: dobbiamo il morbillo e la tubercolosi alle mucche, la pertosse ai maiali, l'influenza alle anatre”.

Come ha detto l'epidemiologo Larry Brilliant, "le emergenze virali sono inevitabili, non le epidemie". Tuttavia, non saremo risparmiati da queste ultime a meno che non agiamo per cambiare la politica con la stessa determinazione che abbiamo messo nello stravolgere la natura e l'equilibrio della vita animale.

Noi pensiamo che il nostro paese sia malato. La società è malata, non di Coronavirus, ma di capitalismo.

Brevemente ricordiamo che nel nostro paese i morti sul lavoro sono oltre 1300 all’anno, già 155 dall’inizio del 2020), quelli per inquinamento sono stati 84.400 nel 2012 (fonte Agenzia Europea dell’ambiente: “Morti premature attribuibili all’esposizione a particolato sottile (PM2,5), ozono (O3) e biossido di azoto (NO2) nel 2012).

Chiudiamo dando la parola a Karl Marx: la natura è la fonte dei valori d’uso altrettanto quanto il lavoro. Ciò significa che il proprietario capitalista per ottenere il profitto deve poter disporre, oltre che del lavoro, anche della natura, coinvolgendo entrambi in un unico processo di sfruttamento. Ne deriva, che «inevitabilmente», nella corsa al profitto, il capitalismo «distrugge la terra, la sua base ‘naturale’».

È ciò che si sta verificando in questa fase di crisi climatico-ambientale che mette a rischio l’equilibrio del pianeta, in presenza di una competizione senza limiti al fine di accaparrarsi le ormai limitate risorse naturali di cui dispone questo mondo.

Francesco – Redazione Lotta Continua Milano

 

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