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«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente»

(K. Marx)

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Io, Marco Lenzoni, infermiere, Responsabile Sicurezza sul Lavoro accusato di aver violato i “vincoli di fedeltà aziendali” per aver difeso la sicurezza sul lavoro…

infermieri

L’intervento qui riportato è la testimonianza di un infermiere. È, a quanto ci risulta, solo uno tra molti che hanno criticato le modalità adottate dalle varie ATS (o ASL) nei confronti di operatori e pazienti.

Andrà tutto bene? Sicuramente per qualcuno sì. Ma abbiamo come l’impressione che quel qualcuno siano sempre gli stessi, mentre per tutti gli altri sarebbe meglio dire “andrà tutto come sempre”.

E l’intervento che riportiamo lo dimostra. Chiunque, dipendente di qualsiasi pubblica amministrazione, osi esprimere critiche in merito alle gestioni dell’Ente di cui è dipendente viene immediatamente sottoposto al giudizio del consiglio di disciplina, processato e, infine, messo di fronte alla prospettiva del licenziamento.

La legge che impone l’obbligo di fedeltà nei confronti del proprio datore di lavoro è simile alla servitù della gleba medievale ed è un sistema che di fatto impedisce qualsiasi critica o denuncia, anche se il denunciate è un rappresentante dei lavoratori (come l’autore dell’intervento). È un metodo che mette la pietra tombale su qualsiasi prospettiva di cambiamento all’interno della pubblica amministrazione che vada oltre l’ordinaria amministrazione sancita dagli accordi nazionali stipulati con i sindacati che siglano qualsiasi cosa venga loro propinata.

La richiesta, molto semplice, che avanza l’infermiere imputato di esser stato fedifrago, è di sostenerlo nella battaglia che sta combattendo e di muoverci tutti per abolire l’obbligo di fedeltà aziendale.

Non si tratta solo (e già sarebbe molto!) di salvaguardare un lavoratore, ma anche di cominciare a lottare per i diritti elementari sanciti da una Costituzione che tutti ricordano quando fa comodo, ma che occultano nella loro memoria quando può creare qualche problema.

 

Salve, mi chiamo Marco Lenzoni, lavoro da quasi 30 anni presso l’ASL Nord Ovest di Massa Carrara, Toscana, come infermiere. Fin dall’inizio dell’emergenza Corona virus ci siamo ritrovati, come altri in altre parti d’Italia a operare con scarsissima disponibilità di DPI. In particolare a noi sono mancate le visiere, che abbiamo reperito da casa, abbiamo usato visiere per i tagliaerba e anche la scarsità veramente grave di mascherine idonee, come le FFP2 e le FFP3. Quindi siamo andati a compiere manovre infermieristiche con sole mascherine chirurgiche. In particolare prelievi ematici, medicazioni complesse in cui si stava a strettissimo contatto con i pazienti, indossando solo mascherine chirurgiche, mentre i pazienti indossavano mascherine che chiamarle chirurgiche era un eufemismo, erano strisce di pezza che nemmeno si potevano chiamare mascherine chirurgiche. In particolare siamo stati comandati a operare dentro RSA, focolaio Covid dove la situazione era degenerata, senza nemmeno avere a disposizione divise territoriali. Ho operato in focolai Covid con i miei vestiti, le mie scarpe sotto i DPI, senza nemmeno avere uno spogliatoio dove potermi svestire e rivestire.

Sono andato avanti così. Addirittura quando rientravo a casa avendo usato i miei vestiti, dovevo spogliarmi, rientrare in casa in mutande e andare subito in doccia. Altra cosa scandalosa è che abbiamo operato e continuiamo ancora a operare nel territorio, andando a fare tamponi Covid a domicilio delle persone, in pratica andando a fare quello che dovrebbe fare l’USCA, ma nella nostra zona l’USCA non è stato istituito per mancanza di personale, quindi andiamo a operare in casa delle  persone, sempre con i nostri vestiti sotto i DPI, le nostre scarpe o gli zoccoli che usiamo all’interno degli ospedali e noi entriamo nelle case anche di Covid positivi.

Queste sono state alcune delle mie esperienze, ma a tanti altri miei colleghi è andata peggio. Purtroppo non tutti hanno avuto il coraggio di denunciare queste mancanza, ma abbiamo avuto infermieri neoassunti, poco più che ragazzini, che sono stati arruolati in fretta e furia e spediti in RSA focolaio Covid, addirittura senza neppure i DPI. Per inesperienza o per paura, questi giovanissimi infermieri invece di rifiutarsi o di attendere l’arrivo dei DPI, sono entrati in queste RSA e ne sono usciti positivi al virus.

            Ancora oggi la scarsità delle mascherine chirurgiche è stata evidenziata, in special modo, dai lavoratori delle cooperative delle pulizie dell’ospedale. Proprio la scorsa settimana, io facente parte del Comitato di Salute Pubblica, un comitato che si batte per la difesa del diritto alla salute, ho consegnato, dopo averle comprate con una colletta, 50 mascherine da dare al personale delle pulizie dell’ospedale che ne era ancora privo o doveva usare per più giorni di seguito le stesse mascherine.

            Un’altra cosa grave è che in oltre 3 mesi di emergenza, a noi operatori dell’ASL Nord Ovest è stato fatto soltanto un tampone. A me personalmente è stato fatto un mese e mezzo fa, nonostante io lavori tuttora in emergenza odontoiatrica, dove, si può ben capire, proprio per il tipo di intervento che si compie si ha una grande nebulizzazione della saliva, veniamo proprio investiti in pieno da queste nebulizzazioni della saliva dei pazienti. È stato gravissimo che a noi operatori sanitari venissero fatti i tamponi solo in caso di sintomi manifesti, mentre è ormai appurato che il 59% di chi contrae il virus rimane asintomatico.

            Fin qui nulla di nuovo. Sono cose che, abbiamo sentito, sono accadute un po’ ovunque in Italia e saranno capitate anche a voi. La cosa veramente grave, che supera in gravità anche la carenza di DPI, è stata la reazione dell’Azienda Sanitaria della mia denuncia fatta a mezzo stampa, come Responsabile Sicurezza sul Lavoro, dopo aver più volte segnalato la carenza di questi DPI agli organi competenti dell’Azienda, non ho trovato altro modo per venire ascoltato che inscenare uno sciopero al contrario. Poiché non si poteva sicuramente scioperare per protesta, ho fatto uno sciopero al contrario. Sono andato volontario, dopo il mio turno di servizio, a lavorare sulle ambulanze Covid; ho denunciato questa cosa e ho annunciato questa cosa sulla stampa. Per questa denuncia a mezzo stampa sono stato convocato in Consiglio di Disciplina per il prossimo 9 giugno. Quindi mi si accusa di aver violato i vincoli di fedeltà aziendali andando a riferire pubblicamente cose e in un certo senso anche di aver “diffamato” l’Azienda. In realtà non ho diffamato nessuno, ho soltanto esercitato un mio diritto garantito dalla Costituzione Italiana, l’art. 21 che garantisce libertà di espressione e di parola in ogni forma possibile compresa quella a mezzo stampa. Questo episodio è grave, gravissimo. Ormai lo abbiamo capito lo si sapeva ed era prevedibile che la sanità pubblica fosse colta impreparata a questa emergenza. Ma in questo modo viene vanificata la speranza che dagli sbagli si possa reagire e migliorare la situazione. Perché se si pensa che questa tragedia possa servire da esempio per migliorare in futuro ci si sbaglia di grosso perché le Aziende sanitarie continuano imperterrite a seguire la stessa logica, ovvero quella della minaccia e di mettere il bavaglio agli operatori sanitari. La libertà di critica e di parola degli operatori sanitari è fondamentale. Lo abbiamo visto, il sistema sanitario pubblico è stato colto impreparato, ma ancor peggio lo è stato il sistema sanitario privato, proprio perché nel privato i diritti degli operatori sanitari sono più deboli abbiamo visto il risultato nella pratica. Dove gli operatori sanitari non possono parlare, non possono protestare, non possono denunciare, il servizio sanitario che viene reso è sicuramente peggiore. Quindi reprimere, minacciare gli operatori sanitari significa anche distruggere e indebolire il servizio sanitario stesso.

            Quello che è stato fatto nei miei confronti, il Consiglio di Disciplina, le minacce di licenziamento sono gravissime, perché non vanno a colpire soltanto me, ma vanno a colpire il Sistema Sanitario Nazionale e in particolare il diritto alla salute di tutti i cittadini. Non dimentichiamo che non lavoriamo per una fabbrica di bottoni, lavoriamo per un’Azienda che è pubblica, il Servizio Sanitario Nazionale è pubblico ed essendo pubblico è di tutti. Quindi, volendo seguire quelle che piacciono tanto a loro, le logiche aziendali siamo azionisti stessi del Servizio Sanitario pubblico, quindi ci mancherebbe che venisse tolta ai cittadini, ma ancora peggio ai dipendenti di questo servizio la facoltà di criticare, di denunciare i malfunzionamenti, le disfunzioni o le violazioni di diritti dei lavoratori, ma soprattutto dei diritti dei malati. Perché facendoci lavorare in queste condizioni, non solo abbiamo messo a rischio la nostra incolumità, ma, tengo a precisarlo e ci tengo molto come infermiere che come lavoro ha una missione, abbiamo messo a rischio la vita stessa dei nostri pazienti. Perché abbiamo visto bene che spesso gli untori si sono rivelati proprio quelli che avrebbero dovuto curare la gente.

            Per cui chiedo a voi un segnale di solidarietà e di sostegno, perché vogliono colpire me, ma in realtà stanno colpendo tutti.

 

 

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