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«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente»

(K. Marx)

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Per una fenomenologia di Confindustria

Fenomenologia-di-confindustria

In quale stato versa il padronato italiano? Per una fenomenologia di Confindustria

di LORENZO DELFINO e GIACOMO SALVARANI

Dal negazionismo all’economia di guerra. La crisi

Il confindustriale è uomo pratico. Un secolo di addomesticamento nel capitalismo italiano ha reso mediocri le sue ambizioni. Decenni di gestione industriale l’hanno trasformato in un individuo refrattario a ogni avventura. Verrebbe perciò da sé credere che quest’abitudine a porsi solo problemi che può facilmente risolvere abbia portato il confindustriale a essere un capitalista discretamente realista. Non è così. Certo, il confindustriale per sua natura non può che detestare la fantasia, ma allo stesso tempo non si può nemmeno dire che apprezzi sempre la realtà!

A chi legge forse basteranno due istantanee del mese di marzo 2020 per suffragare questa nostra convinzione, restituendoci un perfetto spaccato della parabola schizofrenica che ha vissuto il povero confindustriale, che si è trovato prima a dover negare e poi pervertire la realtà. Il giorno 11, Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia, dall’interno di una zona rossa del paese in cui si fa la fila anche per essere cremati, non esita a dichiarare: “Le fabbriche sono oggi il posto più sicuro”! È difficile per il confindustriale ammettere che qualcosa possa smuovere la sua realtà, che qualcosa possa sospendere i suoi profitti e la sua fetta di potere acquisito ormai tramandato per generazioni: questo lo manda su tutte le furie. Infatti, il confindustriale non si arrabbia solo per i soldi, a irritarlo davvero è l’idea che lo Stato possa dirgli cosa fare e che i suoi dipendenti poltriscano a casa, senza poterli licenziare. Non può proprio sopportarlo. Non può sopportarlo al punto che, dovendo fare i conti con la sua realtà, molti e molte dei suoi dipendenti non hanno poltrito mai, anzi. Nella lombarda Confindustriopolis, fiore all’occhiello della produzione nazionale, il 40% di operai e operaie non ha mai giovato del lockdown nazionale sulle poltrone di casa: il lavoro loro non si è mai interrotto. Nella regione locomotiva del Made in Italy, le percentuali di impiego nei pubblici servizi si aggirano al 10% del totale degli occupati, mentre in quasi tutto il resto del paese la percentuale è ben più alta, in alcune regioni (che non a caso hanno subito molto meno gli effetti della pandemia) arriva al doppio. Anche per questo alla domanda: “Chiudere le fabbriche?”, la risposta è stata: “Impossibile, non si può fare”. Ondate di scioperi hanno investito il paese, ma il confindustriale proprio non ci sente e le studia tutte: cambia i codici ATECO affinché la sua azienda rientri nel novero di quelle attività essenziali che non possono proprio chiudere, trasforma la flessibilità dei propri macchinari nella capacità di convertire la produzione per le esigenze dell’epidemia… L’essenziale (ieri, oggi e domani) non è ciò che si produce, o dove, o come, l’essenziale è che il lavoro non si fermi mai. È proprio dalla riconversione che il confindustriale capisce che la realtà può sempre essere piegata ai propri fini e che non sarà poi tanto male: se si converte la produzione, allora siamo in guerra. E al confindustriale la guerra non dispiace per niente. Arriviamo così alla seconda istantanea di marzo, dodici giorni dopo la prima, e Vincenzo Boccia, all’epoca ancora Presidente, dichiara: “Entriamo in economia da guerra e perderemo 100 miliardi al mese”.

Dall’economia di guerra alla ricostruzione. Atteggiamento predatorio e sacrifici (degli altri)

Quelle istantanee sembrano oggi già ingiallite e appartenenti a un tempo lontano. Il confindustriale ha già un altro presidente, le sue fabbriche e i suoi magazzini sono stati centri di propagazione del contagio e teatri di morte, ma i suoi omologhi tedeschi telefonano per chiedere quando tornerà a produrre a pieno regime prodotti intermedi. Ci sarà la deglobalizzazione? Le filiere produttive si accorceranno? Cambierà la disposizione della concentrazione industriale e dei servizi ad essa connessa? Il confindustriale si agita un po’, proprio non vuole ammettere nessuna deviazione dall’ovattata realtà che tanto lo rassicura. Alla fine, però, ogni notte si corica sereno, sicuro che quello Stato che non gli ha mai voltato le spalle anche questa volta pagherà per lui i piccoli rischi d’impresa a cui andranno incontro le industrie italiane per restaurarsi nel mondo post-pandemico. In tal senso, l’economia di guerra è stata utile: ha permesso di ristabilire un’ideologia della partecipazione collettiva volta alla “ripartenza” dell’economia nazionale.

Gli appelli all’unità nazionale si susseguono. Predare gli interstizi commerciali prodotti dal mercato o dalle politiche governative di sostegno alle imprese, rivendicare la propria centralità e pretendere risarcimenti, chiamare i lavoratori alla mobilitazione industriale e piangere per derogare dai CCNL (contratti collettivi nazionali del lavoro). Nella logica del confindustriale, la responsabilità nazionale e il suo interesse privato sono la stessa cosa. Lui non si ferma alla superficiale retorica posticcia dell’italiano che si sacrifica ed esalta le sue qualità di fronte alle necessità belliche, ma la articola e la precisa: a immolarsi devono essere i milioni di operai e operaie dell’italica industria manifatturiera, italiani e non, che devono accettare condizioni di lavoro più precarie, dare ulteriore flessibilità alle proprie prestazioni, dilatare la giornata lavorativa organizzata su più turni. D’altronde si sa che tempi eccezionali richiedono misure eccezionali; e il confindustriale ritiene di non doversi nemmeno giustificare. Negli ultimi tre mesi la sua voce ha quindi tuonato forte, usando i governi regionali come testa d’ariete contro il governo nazionale per accaparrarsi tutto il possibile, ma la realtà ancora una volta ha bussato alla porta, e il confindustriale si è ritrovato a dover lamentare con sorpresa il diffuso odio anti-padronale. Mentre Conte dichiara di aver riaperto le aziende contro il consiglio degli “scienziati” – il Presidente di Confindustria Bonomi si lamenta che in questo illustrissimo consiglio non ci sia neanche un imprenditore (un affronto!) ma, come si è visto, si tratta di un raro eccesso di preoccupazione –, Confindustria ora trova l’occasione di un attacco definitivo ai CCNL, interpretando perfettamente la parte della “vittima”. Per entrare al meglio nella parte, il Presidente della Confindustria mantovana parla di “clima ostile e accanimento senza precedenti contro le imprese” – dal momento che, come sostiene, i “contagi si registrano essenzialmente nel settore della sanità”, non certo altrove –, e il Presidente della Confindustria marchigiana di “criminalizzazione delle imprese”, rifiutandosi di firmare il protocollo sulla sicurezza. La colpa degli operai che prendono il virus è degli operai stessi, non certo dei loro datori di lavoro, come dichiara il Presidente della Confindustria di Lecco e Sondrio, che addirittura reclama il diritto di poter denunciare i suoi dipendenti se si dovessero ammalare. Evidentemente, lo scudo penale non basta. “Bisogna avere ben presente che quella che sta iniziando è la stagione dei doveri e dei sacrifici, per tutti”, dice Bonomi, provando a far credere, neanche troppo tra le righe e in un ennesimo sforzo di perversione della realtà, che gli industriali sono gli unici a fare sacrifici in questo momento.

Un passo indietro. Confindustria è un’espressione tra le altre (e nemmeno la più influente) del padronato italiano

Da crisi a crisi, sovente ricorre il paragone tra il 2020 pandemico e la crisi economica del 2008. Questi paragoni, però, nel nostro caso lasciano il tempo che trovano. Non solo per le trasformazioni che hanno investito complessivamente il modo di produrre merci e di offrire servizi, ma anche perché la composizione stessa del padronato è diversa, e processi di lungo corso hanno portato a una nuova cristallizzazione del panorama padronale: da una parte un padronato italiano, fatto di piccole e medie imprese e attaccato a rendite e privilegi, e dall’altra capitali realmente globali. La crisi sanitaria arriva infatti a Confindustria dopo un decennio caratterizzato, oltre che da vicende giudiziarie che hanno agitato le sue paludose acque, anche da un esodo iniziato dalla Fiat di Marchionne e seguito in parte da Luxottica e altri gruppi del grande capitale nostrano. La costituzione ormai transnazionale, industriale e finanziaria della grande impresa, ha fatto perdere terreno al sindacato dei padroni e, oggi, più che la voce unitaria del capitalismo italiano, esso è la rappresentanza di una miriade di piccole e medie imprese del nord del paese, al punto che l’azienda del suo presidente non conta più di otto dipendenti. Mentre il sindacato di padroni e padroncini, soprattutto in Lombardia e in secondo luogo in tutto il Nordest, continua la lotta (di classe) contro i sindacati per ottenere deroghe ai contratti collettivi nazionali, il grande capitale si smarca autonomamente dalla tenzone per le briciole facendo il bello e il cattivo tempo per mezzo della contrattazione aziendale, ma chiedendo senza pudore – come ha fatto FCA, subito dopo aver distribuito lauti dividendi – garanzie statali per diversi miliardi di crediti bancari. Confindustria non è quindi più espressione di tutto il padronato italiano. E si deve anche considerare chi, come Amazon, in quella tenzone non è mai entrata, e durante la pandemia è riuscita ad acquistare fette enormi di mercato. E si devono anche considerare le imprese di settori specifici che si sono messe autonomamente insieme per stare dentro a logiche transnazionali di profitto, sfruttando quelle nuove dinamiche del mercato globale che agitano un po’ il confindustriale nostrano. Senza contare, infine, quelle associazioni locali che rendono il panorama padronale ancor più frastagliato. In questo contesto, Confindustria serviva finora a poco, era quasi un intralcio per i capitali globali che quindi decidevano di ignorarla e scavalcarla, e che comunque ricevono oggi i due terzi di liquidità garantita dal governo nel decreto-legge “Rilancio”. Proprio per questo, pur senza assumere un ruolo reale di direzione politica, Confindustria, minacciando, pretendendo e borbottando, è utile a tutti i capitalisti grandi e piccini che vogliono accaparrarsi una fetta dei finanziamenti promessi. In questa sua funzione di utile serva è costretta a seguire ed emulare i comportamenti di grandi gruppi che l’hanno abbandonata: anche ai tempi del COVID-19, i protocolli aziendali FCA, uscita da Confindustria nel 2012, hanno fatto da apripista per tutta la letteratura della profilassi di fabbrica.

Il dibattito politico, scordandosi di operai e operaie – che, del resto, vengono considerati come un mero input, al pari di denaro e tecnologia –, si concentra intorno alla richiesta di un principio di gratuità del credito a favore delle grandi aziende. I vincoli di austerità si allentano per lasciare spazio a una ristrutturazione capitalistica che è ancora senza appalto. La voce di Confindustria si alza per rivendicare la propria esclusiva capacità di moltiplicare le forze produttive, non per le innovazioni del ciclo o del prodotto, ma solo grazie alle deroghe dei contratti collettivi nazionali e al desiderio mai sopito di sancire per legge la libertà da ogni vincolo fiscale. Rivendica così la necessità di avere carta bianca sui licenziamenti, che Bonomi già prevede nell’ordine di un milione di posti di lavoro, sulle assunzioni (precarie, naturalmente), nonché sui ritmi e sulla durata della giornata lavorativa. D’altronde siamo in guerra, bellezza. Ma questo atteggiamento predatorio, le richieste allo Stato e l’assenza di un piano non possono nascondere il movimento complessivo di trasformazione tanto del lavoro quanto delle relazioni industriali. In una parola, nella richiesta di allentare le maglie dei contratti nazionali – che finora hanno funzionato per lo più imponendo limiti precisi agli aumenti salariali, ma che ora il confindustriale vede come ostacolo all’ulteriore compressione dei salari – si gioca una posta superiore a quella di uscire “indenni” dall’immediato presente.

Oltre la prospettiva predatoria. Vittimismo padronale per una pianificazione e mobilitazione industriale

Il riferimento al dopoguerra e alla ricostruzione, al di là del suo dato meramente retorico, appare calzante soprattutto se si paragona con gli anni che hanno seguito ogni grande guerra: ricostruire non significa tornare allo stato di cose precedenti. Il presente impegno confindustriale per ottenere sconti fiscali e deroghe ai CCNL va letto come la pretesa di un intervento statale sussidiario alla produzione che non comporti cessione, né allo Stato né al sindacato, di potere di comando sul lavoro, e come rivendicazione di una garanzia di copertura sociale e risarcimento per i rischi che comportano le trasformazioni in atto. Inoltre, un pieno sdoganamento giuridico della contrattazione di secondo livello dovrebbe incaricarsi di ricomporre, almeno parzialmente, la composizione frastagliata del padronato italiano, riaffermando la centralità del suo sindacato. Ciò che chiede Confindustria, al di là di uno scudo penale, di sostegni emergenziali e del taglio dell’Irap – che il governo Conte non ha esitato a concedere –, è che lo Stato costituisca il campo della “ricostruzione” secondo determinate condizioni, per esempio sospendendo i CCNL per gli orari di lavoro o eliminandoli completamente. Tutto ciò a favore di nuova una mobilitazione industriale, in cui le “grandi opere” tornano di moda – arrivando perfino a immaginare una metropolitana che colleghi Trento e Rovereto – e in cui l’unica regolamentazione dev’essere data dal rapporto di forza tra capitale e lavoro, naturalmente a favore del primo, senza intermediazioni statali e sindacali: le opere pubbliche devono essere subito “sbloccate”, con libertà totale di agire, detrazione delle imposte, e rischi ambientali che devono essere messi da parte.

Il confindustriale incolpa lo Stato di avergli fatto perdere con il lockdown competitività nei confronti di imprese con sede oltre i confini, quindi pretende il suo intervento, ma al contempo agita continuamente lo spauracchio dello “Stato imprenditore”, che vorrebbe decidere per conto del confindustriale. Tanto che Bonomi, appena investito della carica di Presidente magno, dichiara: “Lo Stato faccia il regolatore, stimoli gli investimenti. Per esempio, questo sarebbe il momento per rilanciare con più risorse il piano Industria 4.0. Ma si fermi lì. Non abbiamo bisogno di uno Stato imprenditore, ne conosciamo fin troppo bene i difetti”. La logica è semplice: decidiamo noi, tanto lavoro e poche chiacchiere, via la burocrazia e non chiedeteci più niente, ché con questa crisi ci abbiamo già rimesso abbastanza. E per ottenere ciò, il confindustriale si mette nella posizione di “vittima”, che risalta chiaramente in ogni dichiarazione: “Ho l’impressione che ci si prepari fin d’ora a scaricare le responsabilità su banche e imprese”, dice ancora il suddetto Bonomi, che è stato chiaramente messo lì per parlare e sparlare in continuazione. Non è difficile capire cosa voglia dire quando dichiara che è sbagliato immaginare che “passata la pandemia torna tutto come prima”. La pandemia come la guerra è un’occasione da non lasciarsi sfuggire, secondo il noto principio per cui, quando scorre il sangue, il momento per gli affari è perfetto.

E gli operai? E i sindacati?

I milioni di operai e operaie impiegati in Italia sono tutto per il confindustriale. Per sua natura, infatti, egli non si avventura in rischiosi investimenti tecnologici. Pretende che anche il passaggio all’agognata Industria 4.0 sia finanziato dalla benevola matrigna Europa e dallo Stato, cioè dalla fiscalità generale, cioè dai soldi dei lavoratori dipendenti che sono gli unici in Italia a pagare le imposte. Avremmo così il risultato davvero perfetto di operai che finanziano le forme nuove del loro sfruttamento. Questo esempio mostra quanto antagonismo ci sia dentro ogni richiesta confindustriale e si capisce la sorda resistenza che operai e operaie stanno opponendo.

Eppure, così come Confindustria vive la propria crisi starnazzando e cercando il sostegno governativo, anche i sindacati vivono una crisi che sembra speculare. Il calo del numero degli iscritti è indiscutibile, ma è anche indiscutibile l’incapacità di trasformare una consistenza di massa che pure ancora esiste in potere sociale e quindi in forza di contrattazione politica. Questa impotenza manifesta, che pone i grandi sindacati di fronte alla loro precaria utilità, è ancora più evidente quando si oltrepassano i confini del mercato e della contrattazione nazionale. Nel mercato globale, con i suoi rapporti di lavoro transnazionali grandi e terribili, le rendite di posizione vacillano inesorabilmente e la rappresentanza si svuota perché non riesce a produrre effetti. Le ore sempre più lunghe passate a lavorare nelle fabbriche e nei magazzini, in condizioni che nessun reddito potrà mai risarcire, diventano ogni giorno di più un buco nero, dal quale, per misera prudenza o per basso calcolo, tutti si tengono alla larga. Mentre l’istinto predatorio rivela al confindustriale che lì dentro si gioca buona parte delle sue fortune, i sindacati litigano sull’ultimo giorno di scuola. Mentre difendono comprensibilmente il contratto nazionale, sanno anche che solo trattando direttamente con le aziende possono immaginare di entrare al tavolo della gestione. I contratti collettivi sono l’ossigeno che tiene in vita i sindacati, ma l’immaginario sindacale è ricolmo anche di fantasie di cogestione, che difficilmente diventeranno realtà e, se succederà, produrranno effetti perversi di controllo, disciplina e brutale coercizione del lavoro. Landini propone un piano di regolamentazione dello smartworking insieme ai padroni; la FIOM, in perfetta sintonia, guarda al modello tedesco di cogestione sindacale, ovvero di un sindacato completamente integrato in azienda, vantandosi degli accordi con i padroni sulla salute degli operai e sull’essere riusciti a evitare ulteriori blocchi. La CISL di Furlan invita apertamente a cambiare insieme le regole del lavoro. L’attitudine predatoria del confindustriale deve essere ovviamente contrastata e cancellata al più presto, ma i modi in cui il sindacato si propone di farlo non sono solo inadeguati, ma anche preoccupanti. Ciò che merita ancora più attenzione in tempi di restaurazione e sacrifici è la forma necessariamente nuova che il sindacato assume per porsi come lo strumento definitivo del disciplinamento della forza lavoro. I lavoratori devono dipendere dai sindacati, che devono dipendere dal padronato: il topolino che al mercato globale mio padre comprò. E venne lo Stato, che salvò tutti… Ma alla fine della fiera, questa crisi ha dimostrato in modo evidente che l’unico lavoro essenziale è stato quello di operai e operaie che, nonostante la perdita costante di garanzie e di potere sociale, ostinatamente rifiutano con furia di essere ridotti alla rappresentanza sindacale.

Una rivoluzione in cerca d’autore. Per una fenomenologia di Confindustria II

Lo spettro del cambiamento e il «coraggio del futuro»

Non c’è cosa al mondo che il confindustriale digerisca peggio dell’imprevisto. L’imprevisto lo terrorizza, lo agita. Esso pone il confindustriale di fronte a spettri che paralizzano quell’uomo pratico e dedito al calcolo di bottega, abituato a porsi solo problemi che può risolvere per mezzo del denaro che di norma è delle lavoratrici e dei lavoratori, spesso dello Stato. Carlo Bonomi, leader di Confindustria, è il più preoccupato di tutti: la crisi vede i grandi gruppi imprenditoriali italiani gestire autonomamente i propri contratti e affari senza passare per il sindacato padronale; allo stesso tempo, almeno finora, la rilevanza presso il governo è stata ai minimi storici. Anche all’interno della propria schiera, Bonomi ha faticato a dettare un qualsiasi tipo di linea, come dimostra il caso di Federalimentare, commissariata dopo aver firmato, contro il parere di Confindustria, il nuovo contratto con i relativi aumenti salariali. La più completa irrilevanza è dietro alla porta. Così, Bonomi, da pochi mesi eletto e ancora in cerca d’autore, ha deciso di prendere il toro per le corna e parlare sulla pubblica piazza di quegli spettri che tengono sveglio il confindustriale la notte. Bonomi si fa quindi amante della commedia e del paradosso, e mentre il terrore del cambiamento lo paralizza scrive a chiare lettere della necessità di una «rivoluzione», lo spettro per eccellenza di tutti i confindustriali. Ancora: mentre il popolo di padroncini che Bonomi rappresenta trema per l’avvenire dei propri profitti, egli decide di chiamare Il coraggio del futuro un documento di 365 pagine rivolto agli associati, un vero e proprio manuale del confindustriale d’oggi, e con lo stesso nome battezza la prima assemblea generale del proprio mandato come presidente. Del resto, l’attacco è la miglior difesa; e per il confindustriale difendere rendite e privilegi di posizioni acquisite quando l’Organizzazione era più rilevante per il padronato italiano è sinonimo di sopravvivenza. «Le imprese sono indotte a tacere» e se «suoniamo il citofono nessuno risponde», dice Bonomi, quindi non resta che urlare e scalpitare.

Eroi fantastici e dove trovarli

Ma di quale futuro si sta parlando? La crisi pandemica rappresenta chiaramente un imprevisto al di sopra delle capacità cognitive del confindustriale, che non si dà ragione del fatto che la politica dell’austerity sia finita e che lo sfruttamento abbia bisogno di cambiare le proprie maniere. Così, nella lettera a tutti gli associati, scritta di proprio pugno da Bonomi in occasione dei festeggiamenti per i primi, smaglianti, cento giorni di presidenza, il Napoleone dei confindustriali si affida al dato più caro: il PIL, al quale il Recovery Fund, per la prima volta dopo decenni, permette imponenti flessioni. «Durante il periodo duro del lockdown il PIL italiano è calato del 12,4%, ma noi ce lo aspettavamo» dice Bonomi, non celando una certa soddisfazione e pretendendo pubblico riconoscimento agli industriali per aver contenuto le perdite più di quanto abbiano fatto in Francia, Spagna e Regno Unito. Infatti, subito dopo l’orgoglio nazionale segue quello di categoria: «Le imprese industriali hanno risposto al blocco con più fermezza, tenacia e sangue freddo di quanto molti immaginassero». Chi siano questi molti non si sa e non ha importanza, il confindustriale ha bisogno di sentirsi vittima incompresa delle arretratezze del paese ed è molto sensibile all’elogio di sé e della propria funzione sociale: «Confindustria ha sempre dimostrato grande responsabilità per il paese», dice Bonomi. È evidente che l’abitudine a pretendere il comando sulla vita delle lavoratrici e lavoratori produce in lui un’autostima spropositata. Questo delirio di onnipotenza arriva ora al punto che il confindustriale si considera il vero eroe della pandemia. La storia degli ultimi mesi si riscrive in una versione fantastica e allora non solo gli industriali italiani hanno retto la crisi meglio dei cugini europei ma Bonomi, dimentico di aver criticato ogni singola misura di protezione sanitaria del governo e di aver fatto correre le imprese a cambiare i codici ATECO per restare aperte, sostiene che «le imprese non hanno mai osteggiato la chiusura di alcune aree del paese». Salvo ricordare a ogni piè sospinto che qualsiasi ipotesi di nuova chiusura non potrà in alcun modo riguardare le imprese. In aggiunta, con una faccia tosta d’antologia, sostiene vigorosamente che le fabbriche non sono mai state vettori di contagio: «Nelle fabbriche non si è infettato nessuno, chi dice il contrario è chi ci vuole male». Una faccia tosta inferiore soltanto a quella di quel 30% di imprese che, secondo i dati INPS, ha richiesto e ottenuto la Cassa di Integrazione Covid senza aver subito cali di fatturato. Gli industriali sarebbero stati, allora come oggi, gli unici a possedere soluzioni pronte e credibili ai problemi del paese. Tanto è vero che, per Bonomi, il «modello impresa» dovrebbe essere applicato a ogni ambito, dalla scuola alla sanità. Stupisce molto, quindi, che al citofono nessuno risponda.

Nuovi orizzonti di guadagno

Dietro a questo orgoglio padronale e dietro al «coraggio» che Bonomi demanda c’è però ancora una schiera di spettri e timori verso il futuro. Così, il confindustriale si chiede: potremo tornare a licenziare? Potremo accedere ai soldi pubblici per ristrutturare le nostre aziende? E che spazio avrà questa nuova Confindustria di pesci piccoli quando ci sarà da discutere la distribuzione dei soldi del Recovery Fund? Ogni guerra, si sa, deve essere finanziata e i soldi europei certo fanno gola. Quello che vorrebbe sentirsi rispondere Bonomi, nella speranza che il canovaccio a lui familiare resti immutato, sono tre cose: aiuti alle imprese, soldi per lo «sviluppo» e soprattutto flessibilità e precarietà del lavoro. I modelli nostrani come il Jobs Act, che pure hanno posto fine all’Ancien Régime della contrattazione, sono però ormai stantii e il confindustriale ha bisogno di nuovi orizzonti (di sfruttamento). Orizzonti confusi, però, tanto che a più riprese Bonomi fa riferimento ai quattro pacchetti Hartz che, dal 2003 al 2005, hanno radicalmente mutato il mercato del lavoro in Germania e che sono in verità il modello anche del Jobs Act. Una rivoluzione importata, dunque, che vuole ritornare all’origine della precarietà europea, in modo da lasciarci alle spalle gli «scambi novecenteschi tra orari e salari», e grazie alla quale «il posto di lavoro non esisterà più in quanto tale». In aggiunta, per la «disoccupazione involontaria», Bonomi vuole che lo Stato si assuma il carico di organizzare e finanziare «programmi propedeutici a favorire il reimpiego». Dunque, una formazione dei lavoratori gratis per le aziende, fuori da qualsiasi contratto, e a carico della fiscalità generale. Pure nel caso in cui vi siano «eccedenze strutturali al termine di una ristrutturazione d’impresa con diminuzione della componente lavoro» – che, tradotto dal gergo confindustriale, significa: piano industriale che preveda significativi licenziamenti in tronco – non dovrebbe esserci «integrazione al reddito» senza «percorsi formativi e di outplacement», della serie: caro lavoratore, cara lavoratrice, io ti licenzio sì, però, se tra un po’ tornerai avendo acquisito una «maturazione culturale» e ulteriori competenze, magari ti riprendo, e nel frattempo non ti preoccupare, ché il reddito te lo paga lo Stato. Tanto è vero che la rivoluzione di Bonomi passa anche dalle buste paga, il cui «onere delle trattenute» dovrebbe ricadere sullo Stato stesso, o ancor meglio su lavoratori e lavoratrici, che a suo dire sarebbe bene si pagassero l’Irpef da soli. Può sembrare una boutade, ma l’ha detto davvero. Operai e operaie dovrebbero diventare imprenditori e imprenditrici di se stessi. Al contrario, chi dovrebbe occuparsi di – e ovviamente fare guadagni su – collocamento e corsi di formazione sono i privati: in altri termini, anche la formazione deve diventare un business d’impresa in tutto e per tutto, senza la concorrenza dello Stato. Bonomi vede poi nello smartworking su vasta scala la prospettiva che trascende il tempo pandemico e diventa un nuovo orizzonte per «riscrivere i vecchi mansionari dell’epoca fordista». Per Confindustria, ciò comporterebbe vantaggi garantedole la «maturazione culturale» di lavoratori e lavoratrici. Naturalmente tace sui risparmi per le aziende grazie allo smartworking: non è necessario esplicitare che luce, pulizie, e così via, saranno sempre più a carico di lavoratrici e lavoratori. Naturalmente tace anche sui risparmi garantiti dal governo, il quale ha già tagliato l’Irap alle imprese fino a 250 milioni di fatturato.

«Non siamo Sussidistan!»

Il canovaccio prevede poi che il confindustriale non possa accontentarsi della gestione del lavoro dentro alla propria categoria produttiva: se il suo comando non va oltre i confini del lavoro non è in pace con se stesso. Mentre nella retorica del sacrificio il piccolo imprenditore sembra preoccupato solo della propria azienda, la sua vera paura è di non poter fare quel che vuole con lavoratori e lavoratrici, la cui precarietà deve essere garantita. Oltre alla regolazione della formazione al lavoro, la polemica di Confindustria è contro i fondi statali di integrazione al reddito. Se il Recovery Fund è un’«occasione storica» e quella che ha in testa Bonomi è una rivoluzione, i sussidi rappresentano il fulcro centrale del Congresso di Vienna, in cui le linee di confine vengono nuovamente tracciate e nasce un nuovo paese: il Sussidistan. «Non siamo Sussidistan!» tuona Bonomi stesso all’assemblea generale davanti ai suoi sodali. Il sogno – neanche troppo nascosto – del confindustriale per uscire dalla crisi è la più totale dipendenza delle lavoratrici e lavoratori dal salario: basta sussidi, basta reddito di cittadinanza, più flessibilità, diminuiamo tutte quelle fonti di reddito che non vengono dal semplice contratto da noi stipulato. In una parola, dietro a quell’aspetto pio e laborioso del confindustriale, c’è la volontà di avere un pieno governo della riproduzione di lavoratori e lavoratrici, proprio come avviene per i migranti, e se il confindustriale potesse minacciare di togliere la cittadinanza a chi non accetta il lavoro da lui gentilmente offerto certamente lo farebbe! Ma questi timori confindustriali sono legittimi? Davvero l’Italia è diventata il «Sussidistan»? Contando quanto hanno ricevuto le imprese dai decreti d’emergenza che si sono susseguiti in questi mesi verrebbe quasi da dargli ragione. Non è quello, però, ciò a cui Bonomi fa riferimento. Dall’emergere della pandemia, in Italia come altrove, ci si è trovati di fronte ad un vero e proprio valzer degli ammortizzatori sociali: reddito, cassa d’integrazione, Naspi e decine di bonus e microbonus differenziati. Il governo, nell’intento di non ferire la statistica dei disoccupati e nell’ottica di un ritorno post-crisi epidemica allo stesso impiego, ha bloccato i licenziamenti e utilizzato la cassa d’integrazione come strumento principale di ammortizzazione della crisi. Una CIG pagata dallo Stato ed estesa per la prima volta a una serie di contratti precari come quello di apprendistato. L’entità della cassa si basa solo sul contratto collettivo nazionale ed essendo l’unico ammortizzatore la cui entità non si riferisce né a un qualche dato sul costo della vita, come fa il reddito, né alle buste paga precedenti, come la Naspi, ha rappresentato la migliore soluzione per dare sussidi – assolutamente poveri – ai lavoratori. Milioni di lavoratori e lavoratrici con contratti precari o part-time ricevono da mesi poche centinaia di euro di cassa d’integrazione, lavoro non ne hanno e, per non perdere ogni diritto sui mesi accumulati di disoccupazione, sono costretti a scartare l’ipotesi di licenziamento volontario. Si trovano quindi in un limbo in cui devono riprodurre la propria vita con quei pochi soldi di sussidio. In tutto ciò, moltissime imprese, tra cui, naturalmente, anche quelle di Confindustria, hanno fatto un uso del tutto opportunistico degli ammortizzatori sociali, sfruttandoli per tenere a casa i lavoratori a loro piacimento, per ristrutturare le aziende, gestire le conversioni più o meno necessarie a costo zero.

Minimi salari. Rivoluzione o guerra di logoramento?

Ciò che invece Bonomi non vuole proprio sentir nominare è il salario minimo che, dice, è roba da «regimi autoritari». Il Sussidistan diventa quindi un luogo in cui la terra promessa della libertà d’impresa viene affondata nel nome di un minimo salario. Poco importa che la Germania, evocata poco prima come modello, e Stati altamente industrializzati come il Belgio, la Francia, l’Irlanda, il Regno Unito, i Paesi Bassi, perfino gli Stati Uniti, abbiano già un salario minimo. Un salario minimo che, però, le imprese riescono puntualmente ad aggirare con contratti a zero ore, demansionamenti, finte partite iva, apprendistati, esternalizzazioni, contrattazione aziendale, e così via. Poco importa anche che von der Leyen abbia messo sul tavolo della Commissione Europea proprio la proposta di salario minimo in tutta Europa, certo differenziato sulla base del potere d’acquisto nazionale, allo scopo di garantire che la competizione economica non venga falsata sul suolo dell’Unione. Oltre a svelare che il salario costituisce ancora l’unica arma a disposizione per tenere sotto ricatto milioni di lavoratrici e lavoratori, le dichiarazioni preoccupate di Bonomi sono il segno del fallimento del tentativo di Confindustria di arginare gli aumenti salariali che molte imprese – si pensi appunto al settore agroalimentare – sono state costrette a elargire in questi mesi. Per Bonomi e i suoi, di norma contrari ai contratti nazionali e ferocemente avversi al salario minimo, la contrattazione nazionale diventerebbe quindi ciò che può esser concesso, a patto che questa sia fedele ai dettami rivoluzionari, cioè caratterizzata da bassi salari, libertà di licenziamento e in ultima istanza legata alla produttività. Del resto, per non perdere la propria ragion d’essere e salvaguardare la propria posizione all’interno del padronato italiano, Confindustria si ritrova a non potere totalmente rinunciare a una contrattazione centralizzata. Tanto più che, come si è visto per il caso dei riders, la contrattazione nazionale non porta necessariamente con sé eccessivi sacrifici da parte di padroni e padroncini, né tantomeno migliora radicalmente le condizioni di lavoro. Anche i sindacati confederali sono sempre stati avversi al salario minimo, per il timore, come detto piuttosto fondato, che un simile strumento indebolisca la contrattazione collettiva e il salario minimo diventi indicatore del massimo salario rivendicabile. Confederali e confindustriali si trovano dunque a fronteggiarsi potendo scommettere, ancora una volta, sulla contrattazione nazionale. Ma questa sta funzionando? Favorisce in qualche modo lavoratori e lavoratrici? Il 2020 che avrebbe dovuto essere anno di contrattazioni e nuovi accordi, sta invece diventando un anno di stasi. Da questo punto di vista il confindustriale punta alla guerra di logoramento in attesa che anche le minime pretese sindacali si ammorbidiscano. Questa volta la strategia sembra avere degli effetti e forse il confindustriale ha trovato nel dirigente sindacale un interlocutore veramente interessato a sentire quel che ha da dire.

Nuove convergenze?

Anche sul «Piano industria 4.0» Bonomi trova convergenze inaspettate con il segretario della CGIL, che vede positivamente l’elargizione dei soldi dei contribuenti alle imprese per un loro upgrade tecnologico. Landini, d’altronde, insieme a Bonomi sullo stesso palco della Confindustria vicentina in un duello non certo all’ultimo sangue, è arrivato fino al punto di elogiare le imprese durante la fase di «emergenza», perché a suo dire avrebbero investito molto sulla sicurezza nei posti di lavoro. Tra una schermaglia e l’altra, Landini e Bonomi si sono trovati a parlare la stessa lingua anche sui consumi, necessari per rilanciare l’economia. Del resto, nella lettera ai soci dopo i suoi primi cento giorni, Bonomi ha dimostrato di aver fatto i compiti a casa e aver introiettato ciò che ogni facoltà di economia insegna: il consumatore è metro d’ogni cosa, e se c’è qualcosa che non va, in un contesto in cui le vittime sono le imprese, è perché il consumatore non compra. Nel nostro caso, poi, secondo Bonomi, ciò non è avvenuto per sopraggiunte ristrettezze economiche durante il lockdown, bensì per «scopo precauzionale». Se l’economia non gira, la colpa in primo luogo di chi è? Del consumatore che vuole risparmiare e che provoca il ristagno della domanda. Ciò, però, nelle fantasie di Bonomi non c’entra niente con la disoccupazione, con la cassa integrazione e con i bassi salari che il confindustriale riserva ai lavoratori. La via della rivoluzione prevede che i salari debbano rimanere «contenuti», come ha ribadito Bonomi stesso a fianco del ministro dell’economia Gualtieri, il quale, dopo aver evidentemente alzato la cornetta del citofono, non ha mancato di sottolineare come con Confindustria ci sia «piena sintonia»: le tensioni tra Confindustria e governo si sono quindi in parte sopite nel momento in cui quest’ultimo è entrato dalla porta dell’assemblea generale. Se, comunque, i salari devono rimanere bassi e se il consumo è metro d’ogni cosa, a questo punto non resta che l’export come elemento trainante per uscire dal ristagno della domanda: produrre qui per vendere altrove. Infine, l’intesa tra il Segretario CGIL e il Presidente di Confindustria non si limita al lavoratore-consumatore, ma verte anche sulla formazione, alla quale, per Landini, dovrebbe essere dedicata parte della giornata lavorativa. Tanto che, proprio su questo tema, Landini si è pure guadagnato gli applausi della platea confindustriale vicentina. Quasi che i due, nella loro diversità e pur fedeli al giuoco delle parti, fossero in fondo quasi amici. Un’amicizia che, con il passare dei giorni e nonostante i tradizionali lamenti vittimistici confindustriali, si allarga anche al governo, sempre più disposto ad abbracciare il vessillo rivoluzionario. Vive l’entreprise!

(Da: https://www.connessioniprecarie.org)

 

 

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