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«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente»

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Il pestaggio di stato

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“Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle condizioni delle sue carceri” scrivevano Voltaire e Dostoevskij, un aforisma quanto mai valido nel tempo attuale quando le barbarie carcerarie si mostrano come una parte rivelatrice di quelle sociali.

Quanto accaduto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, come rivelato dai video pubblicati dal quotidiano Domani, non può essere derubricato come una situazione sfuggita di mano. Si tratta di un pestaggio di Stato. Le vittime della violenza sono detenuti per reati comuni, alcuni dei quali con problemi mentali e di tossicodipendenza. Nessun recluso della cosiddetta “alta sicurezza”, legata al crimine organizzato, è stato fatto oggetto del pestaggio.

Queste immagini ci riportano esattamente a 20 anni fa, nei giorni del G8 di Genova, nelle giornate della macelleria messicana. Ci riportano anche più indietro nei giorni delle sevizie e nelle torture contro i detenuti politici fra gli anni 70 e 80.

I video del carcere di Santa Maria Capua Vetere non ammettono amnesie o giravolte. L’uso indiscriminato di una violenza del tutto gratuita sta nelle immagini bestiali degli agenti che urlano di voler abbattere i detenuti come dei vitelli, di voler domare il “bestiame”, che calano sui detenuti chiavi e picconi. Quanto si vede nei filmati non sono supposizioni o denunce di parte di quei pochi organismi che si fanno carico di denunciare le condizioni della carcerazione nel nostro Paese. I detenuti sono stati fatti uscire dalle celle uno alla volta e sono stati pestati all’interno e all’esterno dei corridoi, un pestaggio premeditato durato alcune ore, coperto da chi avrebbe dovuto vigilare e intervenire. Ancora una volta la struttura carceraria ha prodotto la barbarie contro i “dannati della Terra”.

Questo è quanto si evince anche dalle carte della magistratura che ha disposto 52 misure cautelari tra arresti e interdizioni, misure che colpiscono non solo gli agenti, ma anche i dirigenti. Fra questi il Provveditore regionale per le carceri della Campania. Il ministro della giustizia Bonafede non ha rimosso il Provveditore, l’attuale ministra Cartabia lo ha fatto solo quando si è mossa la magistratura con il provvedimento di interdizione.

Bonafede ha molte cose da spiegare ai detenuti e a tutta l’opinione pubblica, così il suo successore che pure oggi dichiara di volere un “rapporto completo” e di volersi attivare perché “i fatti non si ripetano”. Ma è tutta la rete di comando che ha responsabilità gravissime in quello che è accaduto. Non si tratta di “poche mele marce”: quali erano le mele sane nei fatti di Santa Maria Capua Vetere?

Le carceri italiane sono sovraffollate, i detenuti vivono in condizioni disumane in edifici spesso vecchi e fatiscenti, ma è il sistema della carcerazione che va messo sotto accusa.

Le forze politiche di destra sostengono senza dubbio alcuno gli agenti di polizia penitenziaria, Salvini ha portato di persona la sua solidarietà. Non è un caso che chiedano la cancellazione del reato di tortura. Ma se la destra copre le violenze dei secondini, la cosiddetta sinistra non ha meno responsabilità se consideriamo il suo disinteresse per i problemi carcerari, se pensiamo ai “decreti sicurezza” inaugurati da Minniti e su cui si è in seguito inserito Salvini.

Infine, è motivo di riflessione il comportamento dei sindacati della polizia penitenziaria. Dal SAP, di cui conosciamo le posizioni fin dai tempi di Aldrovandi, alla Uil, fino alla Funzione Pubblica della CGIL. Tutti hanno espresso solidarietà verso i poliziotti arrestati o si sono fermati alla leggenda delle “poche mele marce”. Da parte loro nemmeno il pudore di un’autocritica, neanche di fronte all’evidenza dei filmati.

I “dannati della Terra” sono vittime di violenze inaudite, forse non sarà sufficiente un nuovo regolamento di vita penitenziaria che sarebbe, come scrive l'associazione Antigone, un segnale di tangibile cambiamento che tuttavia non pare possibile in un mondo politico da anni silente e complice davanti alle violenze di Stato.

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