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«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente»

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Vita reale, bollette, inflazione

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Vita reale, bollette, inflazione

1.

Mentre il Governo e i media mainstream continuano a celebrare – invero con minore enfasi – il recupero della nostra economia (il “rimbalzo” del 6,5% nel 2021 è stato di quasi due punti e mezzo sotto il tonfo dell’anno precedente e adesso l’Ue rivede al ribasso la crescita nel 2022, intorno al 4%), la vita reale, quella delle persone in carne e ossa, famiglie, lavoratori, subisce pesantemente gli effetti nefasti della tendenza rialzista dei prezzi. È tornata l’inflazione, cresce il costo delle utenze (a gennaio aumenti del 40% per il gas e del 50% per la luce). Ma non è la conseguenza della crescita di salari, stipendi e pensioni e non c’entra nemmeno la politica monetaria espansiva della BCE.

In Italia i salari sono pressoché fermi da decenni. Anzi, sono addirittura diminuiti negli ultimi trent’anni. E non c’è più un meccanismo di adeguamento automatico degli stessi al costo della vita (la “scala mobile” fu soppressa nel 1992). Uno studio recente di OpenPolis condotto sulla base di dati OCSE ha dimostrato che nel nostro Paese il salario medio annuale è sceso del 2,9% dal 1990 a oggi. Unico caso in tutta l’Unione europea. Impietoso il confronto con altri Paesi a noi vicini, non solo geograficamente: in Germania e in Francia, ad esempio, le retribuzioni medie sono aumentate rispettivamente del 33,7% e del 31,1%, pur partendo da livelli già più alti dei nostri. Anche la Grecia ha fatto registrare un incremento del 30%. Come la Spagna, con il suo +6,2%, nonostante le similitudini con il nostro mercato del lavoro. Dunque?

Stando ai fondamentali, si può dire che questi rincari sono figli della ripresa economica. Il “rimbalzo” dell’economia sta portando con sé uno squilibrio tra domanda e offerta dei materiali di base della produzione. L’offerta di questi beni, in sostanza, non regge i ritmi della ripartenza: i cosiddetti “colli di bottiglia” che si sono venuti a creare nelle catene globali di approvvigionamento di materie prime, beni energetici e semilavorati a causa della pandemia. Inflazione da costi. Come se non bastasse, poi, ci si è messa anche la crisi ucraina. Nelle settimane scorse la Russia ha tagliato del 43% le forniture di gas all’Italia. E Gazprom, come è noto, rappresenta il principale approvvigionatore di metano del nostro Paese. L’anno scorso il 41% del gas che abbiamo consumato è venuto da lì. Una “tempesta perfetta” si potrebbe dire. Non a caso Draghi nei giorni scorsi ha voluto sentire Putin. Hanno parlato della tensione al confine con l’ex Repubblica sovietica, ma soprattutto, come ha fatto trapelare l’agenzia Tass, di metri cubi di metano.

2.

Sarebbe tuttavia semplicistico ridurre la questione a un problema di geopolitica e di approvvigionamenti. Al tempo del “finanzcapitalismo” (efficace espressione del compianto Luciano Gallino) la macroeconomia non è più intellegibile senza fare un giro per i mercati finanziari. La storia degli ultimi quarant’anni, almeno, dimostra che mercati finanziari e mercati reali di beni e servizi, oltre che la stessa produzione di quest’ultimi, non costituiscono compartimenti separati della sfera economica. Non solo.

Dovrebbe essere chiaro ormai a tutti che è proprio la finanza, con le sue dinamiche speculative e le sue aspettative di breve e brevissimo periodo, a guidare i processi economici reali. Nessuna esigenza reale, che sia sociale o ambientale, può costituire un freno o un deterrente per i grandi player del gioco speculativo globale. Si scommette sul petrolio, sul grano e i principali beni alimentari, sulle catastrofi naturali, sul clima, sulla morte (il caso estremo dei “bond della morte” lanciati dalla Deutsche Bank nel 2012) e perfino sul fallimento altrui. Pecunia non olet. Infatti, non è un caso che da un po’ di tempo a questa parte sia finito nel vortice della speculazione anche il diritto a inquinare. Parliamo dei cosiddetti “crediti di carbonio”, che in Europa rimandano all’EU ETS (European Union Emissions Trading Scheme). Sei un’impresa che produce emissioni in atmosfera? Il sistema ti assegna una sorta di budget di emissioni sotto forma di “quote”. C’è però chi alla fine dell’anno le sue quote se l’è consumate ed è andato anche oltre e chi, invece, ne ha risparmiate alcune mantenendosi sotto soglia. In questo modo, da un lato ci sarà chi potrà vendere le quote risparmiate, dall’altro chi sarà costretto a comprare sul mercato quelle che gli mancano. Il mercato della CO2. Cosa sta succedendo adesso? Con la fine dei lockdown c’è un rimbalzo della produzione. Più produzione, però, comporta anche più emissioni, che a loro volta richiedono un supplemento di permessi a inquinare. Siccome il numero di “quote” è rimasto invariato a fronte di una domanda che è cresciuta, si ha un aumento del prezzo delle stesse, che viene scaricato sui consumatori. Gli economisti spiegherebbero questo fenomeno con il concetto di “utilità marginale”. Per altro verso, siamo di fronte al grande paradosso della “transizione ecologica” affidata alla logica del mercato.

Poteva sfuggire questo business alla finanza speculativa? Impensabile. Infatti il mercato di strumenti finanziari “a base” di CO2 negli ultimi anni ha fatto passi da gigante e con la pandemia è letteralmente esploso. Ma l’equilibrio nel sistema delle emissioni non c’entra più niente: quello che conta è solo l’andamento dei prezzi di questi prodotti. Chi scommette sul prezzo delle “quote di emissione” pensa al suo guadagno nel minor tempo possibile, non certo al benessere dell’umanità. E se il guadagno può derivare da un aggravamento della condizione climatica del pianeta o da qualsiasi altro evento avverso, come la pandemia, che ben venga questo aggravamento. Transizione ecologica o ecological trading?

3.

Più indietro dicevamo che mercati finanziari e mercati di beni e servizi (+ produzione) non sono indipendenti gli uni dagli altri. A tal punto che spesso è il gioco delle scommesse che determina il prezzo di beni reali. Vale per il petrolio, per gli alimenti, per il gas e anche per i “diritti di emissione” che le industrie devono reperire sul mercato per stare entro i limiti imposti dal sistema. Non solo chiusure, “colli di bottiglia” e geopolitica, quindi. La stima è che, per quanto riguarda il nostro Paese, l’80 per cento del rincaro delle bollette è da riferire all’aumento del prezzo del gas naturale, mentre il 20 per cento è da attribuire all’aumento dei prezzi dei permessi di emissione. Nondimeno, questi aumenti dei prezzi solo per una parte sono riferibili a dinamiche reali. Il resto è figlio della speculazione finanziaria. Un circolo vizioso che si autoalimenta: squilibri di mercato e speculazione finanziaria che portano in alto il prezzo delle materie prime e delle quote di CO2, con ricadute pesanti sui costi di produzione, che, a loro volta, vengono scaricati sul consumatore finale, dal carrello della spesa alle utenze di luce e gas.

Caro bollette e carovita, quindi. Il rischio adesso è che di questa inflazione, con annesso costo delle utenze, siano solo i ceti popolari e le piccole attività a pagare dazio. Tutti quelli che ancora portano i segni della crisi precedente e che nella pandemia ci sono entrati con le ossa rotte. La “ripresa” bacia gli abbienti, non migliora le condizioni materiali di vita di chi sta sotto. Siamo sempre lì: è una questione di distribuzione del reddito tra salari, profitti e rendita finanziaria. Una distribuzione che negli ultimi decenni nel nostro Paese ha accentuato vistosamente i suoi tratti di iniquità. Siamo un Paese fortemente diseguale che tende ormai da molti anni alla polarizzazione dei redditi. Un dato di sistema, strutturale. Negli ultimi due anni, secondo le stime di Oxfam, altre tredici persone sono entrate nel club dei miliardari, mentre i poveri sono aumentati di un milione e trecentomila unità. Ora i poveri assoluti sono di nuovo più di cinque milioni, il doppio di quindici anni fa. E l’inflazione non ha ancora fatto fino in fondo il suo “lavoro”. Senza misure di compensazione sarà inevitabile che l’aumento dei prezzi faccia contemporaneamente aumentare la platea degli indigenti. Misure per il caro bollette e bonus emergenziali servono ma non bastano. Ci vuole un’opera di redistribuzione della ricchezza, dall’alto verso il basso. Le leve sono il fisco, l’introduzione di un salario minimo, nuove forme di indicizzazione delle retribuzioni. Più in generale è il problema di come si vuole uscire da questa crisi. Non c’è solo il lavoro povero di chi un lavoro stabile ce l’ha. Troppo esteso è anche il bacino del lavoro precario, intermittente, iper-flessibile, e di chi un lavoro non ce l’ha proprio. Del milione di posti di lavoro persi a causa del Covid se ne sono recuperati all’incirca cinquecentomila grazie al “rimbalzo” dell’economia. Ma la gran parte di questi contratti sono a tempo determinato. Lavoro instabile e sottopagato, finte partite Iva. Anche per questo c’è da scongiurare che l’inflazione diventi il pretesto per una nuova stagione di attacco al welfare e ai diritti dei lavoratori, come tante volte è accaduto nel passato.

Luigi Pandolfi   Volerelaluna.it

No alla guerra, no all'imperialismo, no al coinvol...
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Venerdì, 01 Luglio 2022

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